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La guerra di Victor

In attesa delle reazioni (che stanno già arrivando) al programma Report andato in onda ieri in cui si è detto qualcosa di sgradito sul vaccino anti-HPV, beccatevi un mio racconto che scrissi nel 1996.

Qualche tempo dopo la scrittrice Dacia Maraini m’invitò in TV, ad una trasmissione di RAI2 chiamata, se ricordo bene, “Io scrivo, tu scrivi” o qualcosa di simile, e in quella, tra l’altro, lessi qualche passaggio di questo racconto.

 

LA GUERRA DI VICTOR

 

“La pazienza della Nazione ha toccato il limite!…” gracchiava la radiolina. “…Limite …”, facevano eco, rimbombando, gli altoparlanti, mentre la folla in delirio si riversava in Piazza degli Eroi.

“L’Impero dovrà pentirsi della sua arroganza di secoli e s’inginocchierà davanti al popolo della Nazione!: Guerra!”

Il tumulto era incontenibile.

Non era nel carattere di Victor entusiasmarsi. Però, senza che lui stesso se l’aspettasse, un alone caldo gli andava crescendo nel petto, gli stringeva la gola e lo faceva respirare a singhiozzi. Si tolse gli occhiali cerchiati d’acciaio, li pulì con cura nel fazzoletto, se li ripose sul naso e se li aggiustò dietro gli orecchi. Tutt’intorno uomini e donne d’ogni età lo urtavano superandolo di gran corsa.

Quando arrivò in piazza, questa traboccava di gente: la sua gente.

Trovò posto contro un portone e da lì, attraverso le lenti da miope, vide il succedersi un po’ sfocato di politici e alti ufficiali sul palco allestito in un’ora e imbandierato. Ognuno aggiungeva il suo contributo di patriottismo, dando sfogo ai sentimenti da sempre soffocati. Victor era uno di loro.

A pomeriggio inoltrato la gente sfollò con le bandiere, i volti avvampati, le gole roche. Gli altoparlanti tuonavano senza posa musiche marziali.

L’appartamento, minuscolo, era composto da due stanzette irregolari, divise da un paio di gradini. Le due finestre davano su un angusto cortiletto, rischiarato dal cielo all’altezza dell’ultimo piano e via via sempre più buio fino al selciato umidiccio. L’odore era quello delle cucine e dei gatti. Eppure Victor non avrebbe mai pensato di andarsene di lì.

La notte venne tardi e passò in un lampo, senza che la mente cessasse un attimo d’indagarsi: la sua onestà non gli avrebbe mai concesso un’amnistia.

Così Victor si trovò vestito nella divisa, un po’ larga e un po’ corta, dei fanti della Nazione.

Non partì subito. Per prime andarono le truppe di quelli che già erano sotto le armi. Lui restò in una caserma, smisurata e fatiscente, a fare istruzione insieme con migliaia di volontari e ad ascoltare ogni giorno i bollettini di guerra: L’esercito aveva attraversato il confine ed era impegnato in scontri durissimi. Battaglia dopo battaglia, metro dopo metro, l’avanzata era inarrestabile. L’Impero cedeva e presto la capitale sarebbe stata raggiunta e conquistata.

Leggendo e ascoltando, Victor sentiva ancora l’alone caldo salirgli in gola, e di notte, steso sulla branda, nel cicalare sommesso ed incessante della camerata, dominava a stento l’ansia di non fare in tempo ad andare. Perché non lo mandavano ancora?

Una mattina ci fu l’adunata nel cortile, intorno al pennone sul quale sventolava la bandiera. Il Comandante aprì la sua finestra e da lì lesse un dispaccio. Distorta dagli altoparlanti e rimbalzata dai muri altissimi, la voce annunciò che si andava. Per un attimo Victor si sentì la testa leggera e il cuore stretto in una morsa. Poi s’impose di recuperare il controllo e, contenendo l’esaltazione, con gesti misurati e deliberatamente solenni preparò lo zaino. La camerata era muta. Si udivano lo scalpiccìo degli scarponi e lo schiocco secco delle fibbie.

Ci vollero due giorni per raggiungere il confine.

Victor non era mai uscito dalla Nazione e si diede mentalmente dello sciocco quando si sorprese a considerare che le colline gialle oltre i fili spinati sfondati non erano diverse da quella su cui ancora si trovava. In quel pensiero, letto mille volte nei racconti sdolcinati dei sillabari, c’era cascato anche lui. Tutto ciò che è trito è più probabilmente vero.

Scrutando fin dove lo sguardo riusciva ad arrivare, nulla avrebbe potuto far indovinare che lì era la guerra, che di lì erano passate migliaia, centinaia di migliaia, di eroi vittoriosi. Colline, colline, e poi altre colline, tutte coperte da erba alta e gialla che s’increspava docile al vento caldo della prima estate. La Natura era indifferente alla Storia.

Si accamparono per la notte.

Sotto la tenda, al buio, qualcuno tentò di scherzare ad alta voce. Nessuno rispose.

All’alba il Comandante lesse un bollettino che diceva di conquiste e la colonna si mise in marcia. Li obbligarono a cantare.

Arrivarono ad un paese di macerie: non un essere umano. Verso una meta invisibile galoppava una decina di cavalle con i puledri, sottolineando l’orizzonte ondulato. Un branco di oche starnazzanti sfilava sgangheratamente tenendo il centro della strada. Un soldato cercò di catturarne una, ma quella balzò avanti, lasciando il ragazzo steso a terra a guardare i compagni che ridevano. Anche lui rise.

Aprirono le porte a calci. Le case erano completamente spoglie.

Per tre giorni avanzarono senza trovare esseri umani. Il terzo giorno, in un paese abbandonato, indistinguibile dagli altri, Victor udì un grido. Un soldato, entrato in una casa, aveva trovato un morto, steso per terra, con il sangue raggrumato che gli era uscito dalla bocca e gli occhi spalancati. Victor non aveva mai visto un morto.

Avanzarono ancora, lentamente, macchinosamente, per giorni tra l’erba gialla. Era quella la guerra?

Poi, durante l’attraversamento di un fiume, il ponte su cui transitavano le salmerie crollò con un boato e subito si levò una colonna di fumo.

I feriti vennero portati sotto le tende allestite frettolosamente e i morti furono allineati per terra. A Victor non venne ordinato nulla e lui si aggregò al gruppo che scavava le fosse, lontano da quei corpi immobili e dai lamenti dei feriti.

Avanzarono ancora per qualche giorno, finché non ricevettero l’ordine di fermarsi e di attendere l’arrivo della Sanità. Si allestì l’ospedale da campo e ogni giorno arrivavano i feriti dal fronte che, a quanto pareva, non progrediva più. Gl’infermieri sussurravano che a mezza giornata da lì gl’Imperiali si erano arroccati in una linea di fortini e resistevano.

Victor teneva un diario per sua madre ed uno per Sara, e spediva tutto regolarmente attraverso la posta che arrivava ogni settimana. Sempre c’era una lettera da casa. Quasi sempre ce n’era una da Sara.

Con una pioggia fredda e fina morì l’estate. Nella nebbia passò quasi tutto l’autunno. La vita all’ospedale era frenetica: ogni poche ore arrivavano i carri affollati di corpi bendati alla bell’e meglio, con le fasce rosse e sbrindellate. A volte qualcuno moriva durante il trasporto e Victor aiutava a scavare le fosse. Ora calava anche i morti, rigidi come manichini, e li copriva di terra.

C’era già un velo di neve quando smontarono le tende, superarono i fortini vuoti ed entrarono in città. Victor fu mandato con centinaia d’altri volontari a dormire in una scuola. C’erano le carte geografiche appese al muro e i disegni dei bambini e le lavagne, come nella scuola dove Victor insegnava. I gabinetti avevano le tazze piccole e basse.

Ogni tanto arrivava la posta e per Victor c’erano sempre tre o quattro lettere da casa e spesso una da Sara. Arrivavano anche i pacchi con le maglie e le torte rinsecchite.

Era appena passato Natale quando alla squadra di Victor toccò di perlustrare un quartiere periferico che doveva essere della piccola borghesia. C’era stata un’esplosione al palazzo del comune dove alloggiavano gli ufficiali e si cercavano i responsabili.

Il tenente divise i soldati in gruppi di tre e assegnò a ciascun gruppo un certo numero di case.

Oscar e Tino s’incamminarono con Victor, avvolti nei pastrani e nel fumigare del fiato. Si fermarono davanti al cancello di un giardinetto stecchito. Tino infilò la mano tra le sbarre e sollevò il paletto. In due passi furono davanti alla porta. Ancora Tino sferrò un calcio con il tacco dello scarpone e la porta si spalancò, rimbalzando violentemente indietro. I tre avanzarono nell’atrio. Nessuno. Oscar sparò un colpo e sbriciolò una vetrinetta vuota. Victor restò davanti alla porta e gli altri due salirono una scala di legno scricchiolante. Il grido soffocato di una donna e poi l’urlo di Tino. Il tonfo di un mobile. Victor salì le scale con il fucile imbracciato. Oscar, bocconi, teneva sotto di sé una donna che piagnucolava. Tino puntava il fucile, premendolo contro la testa di un’altra, più vecchia, inginocchiata sul pavimento. Il cuore di Victor si gelò per un attimo e la nausea gli bagnò la fronte di sudore. La donna di Oscar era un ricettacolo repellente. La donna di Tino era solo terrore. Victor scese le scale con tutto quanto restava della casa che gli roteava intorno. Passarono cinque minuti e i tre uscirono sulla strada grigia di neve fradicia calpestata. Victor stava due passi indietro. Dalla finestra si sentiva il pianto delle donne. O forse erano gli orecchi di Victor. Nessuno parlò.

I bollettini si erano fatti più rari. Intorno alla città era tutto un acquitrino e si aspettava la fine dell’inverno per riprendere l’avanzata verso la capitale, lontana, la cui posizione era segnata sulla carta geografica della scuola dall’alone sporco lasciato dalle ditate.

I convogli con vestiti, cibo e munizioni arrivavano in modo discontinuo. Non c’era bisogno di nulla, dicevano gli ufficiali; ma qualche volta Victor aveva fame e le scarpe lasciavano filtrare la neve sciolta. La scuola puzzava di uomini sporchi e di lana bagnata. Le aule trasformate in camerate rimbombavano di tosse.

A marzo si ripartì, seguendo alla distanza di mezza giornata le truppe da combattimento.

Erano ancora e sempre colline, fiumi e qualche raro villaggio, sempre abbandonato.

Quando in autunno entrarono nella capitale trovarono una città abitata da pochi vecchi macilenti che, immobili, li guardavano con doloroso stupore. La bandiera della Nazione sventolava sul tetto del parlamento e su molti edifici pubblici.

Dunque l’Impero, che da sempre aveva tenuto in soggezione i vicini, era un elefante decrepito e rammollito che cedeva quasi senza reagire.

I discorsi dei generali; i saccheggi delle case; i bottini di cianfrusaglie. Dall’altra parte nulla, tranne gli sguardi disperati.

Ora Victor era di stanza in un enorme ospedale con corsie lunghe, stipate di letti, non occupati da feriti ma da ammalati. Il cibo non arrivava quasi più e di medicine ormai nemmeno si parlava. Quando in un letto, la mattina, si trovava un morto, non si sentiva più colpa nel lasciare che il pensiero cancellasse quella bocca in più.

Victor si chiedeva dove fossero i soldati imperiali, i giovani, le donne: i nemici. Forse li avrebbero incontrati più avanti: il territorio da conquistare arrivava all’Oceano, e qui, nella Capitale, erano ancora lontani chissà quanti chilometri.

L’ultima lettera di sua madre Victor l’aveva ricevuta un mese prima, con una data anteriore di un altro mese. Come sempre alla Censura l’avevano aperta e alcune righe erano state cancellate con un inchiostro nerissimo attraverso cui era impossibile decifrare che cosa ci fosse sotto. Doveva essere successo qualcosa. Anche l’indecisione e l’imbarazzo malamente mascherati nei discorsi che la radio trasmetteva parevano confermare la sensazione.

Di Sara ora sapeva poco: da qualche settimana la lettera censurata diceva che non si vedeva più. Del resto nessuna risposta era arrivata alle ultime quattro o cinque missive. Il fatto che Victor avesse già letto in tanti copioni teatrali e in tanti romanzi la stessa cosa ne aveva fatto un avvenimento inconsciamente atteso come ineluttabile; eppure non gli era meno penoso. Victor si sorprese persino a piangere, finché non ritornò in sé al richiamo del sergente che lo mandava a scaricare un carro di cavoli.

I vecchi stavano in fila dal mattino, anche da prima dell’alba, per la scodella di zuppa che verso mezzogiorno l’Ospedale distribuiva finché ce n’era nei pentoloni. Oggi avrebbero avuto un po’ di cavolo anche loro. Victor riempiva con il mestolo le ciotole sbeccate e ricambiava con un cenno del capo la breve cantilena che ognuno dei nemici gl’indirizzava per ringraziarlo.

Ogni tanto riconosceva qualcuno dei suoi “clienti” nei fagotti di stracci che seppelliva nel fossato sempre pronto oltre i rovi che cingevano gran parte dell’Ospedale. Il giorno seguente, quando non li vedeva sfilare, sentiva il naso che gli pizzicava.

Passò tutto un anno senza che ci si muovesse. I ritratti della classe dirigente della Nazione, appesi dietro le scrivanie degli ufficiali, erano stati sostituiti da altri che erano arrivati con un carico di bandiere, guanti di filo e camicie troppo larghe e senza bottoni.

Una sera un tenente entrò in camerata e lesse ad alta voce i nomi dei soldati ai quali era concessa una licenza di due mesi a casa. Victor c’era. Ci fu un gran vociare che continuò tutta la notte.

La mattina il centinaio di soldati in partenza fu radunato nel cortile interno dell’Ospedale. Un maggiore affidò la responsabilità del gruppo ad un tenente e ordinò di raggiungere un paese distante tre giorni di cammino. Lì ci sarebbero stati i mezzi che li avrebbero ricondotti a casa.

Partirono e camminarono tre giorni. Gli acquitrini ritardavano il passo e spesso si compivano lunghe deviazioni intorno alle distese di erba fangosa. Il quarto giorno non c’era più nemmeno una galletta negli zaini e, immersi nell’acqua fino al polpaccio, gli uomini avevano la bocca bruciata dalla sete.

Superato un boschetto, videro una casa con il fienile. La raggiunsero. Dentro c’erano due vecchi: Filemone e Bauci, pensò Victor entrando per primo. Da dietro partirono due colpi di fucile e i due cascarono l’uno sull’altra, come burattini, senza che nessuno ne avesse sentite le voci. Trovarono qualche uovo, delle mele, un po’ di lardo e del pesce secco. Nel pozzo c’era l’acqua. Victor non mangiò. Bevve. Poi, automaticamente, prese una vanga e cominciò a scavare una fossa. Un sergente lo colpì con un calcio e lo spinse via.

Impiegarono un’altra settimana a raggiungere il paese dove li avrebbero dovuti prelevare. Come sempre non c’era nessuno. Aspettarono, nutrendosi delle mele che gravavano sugli alberi. Qualcuno tornava il pomeriggio con una lepre o con qualche uccello di palude che venivano arrostiti nei camini delle case abbandonate. L’acqua era putrida e dunque veniva fatta bollire prima di essere bevuta. Tuttavia qualcuno cominciò ad ammalarsi di dissenteria. Victor riprese a scavare le fosse.

Il tenente decise di muoversi di lì: erano passate tre o forse quattro settimane e nessun convoglio si era fatto vivo. Non era più possibile restare. Così la cinquantina di superstiti ripartì verso le montagne azzurrine che s’indovinavano all’orizzonte.

Le munizioni rimaste erano poche e vennero affidate ai tiratori migliori perché cacciassero la selvaggina. Mele, ormai, non se ne trovavano quasi più.

Quando salirono sulle montagne, erano poco più di una ventina. Gli altri, morti o ammalati, erano rimasti indietro; i morti in pace nelle fosse di Victor; agli ammalati era meglio non pensare.

Improvvisamente qualcuno chiese ad alta voce perché le montagne. Nessuno rispose. Nessuno sapeva dove stessero andando, perché salissero su quelle alture; nemmeno il tenente che aveva gli occhi rossi e le labbra mangiate dalla febbre. Le fragole, i mirtilli e i lamponi erano il cibo; però la pancia pareva sempre vuota.

Doveva essere autunno, ma Victor non avrebbe saputo dire quanto tempo era passato. Ad uno ad uno li aveva adagiati tutti in fosse sempre meno profonde. Anche Tino. Anche Oscar.

Aveva la barba e i capelli lunghi, le unghie spezzate. Il fucile lo aveva abbandonato.

Di tanto in tanto s’imbatteva in qualche casa, sempre vuota, e qualche volta ci trovava delle noci o del grano che non sapeva usare. Una cassetta di lattine di carne, una volta, nascosto in un solaio. Qualche volta riusciva a catturare un’anatra, restando per ore immobile tra le erbe di palude e lanciando un sasso nel branco che gli si era avvicinato. La carne la mangiava cruda.

Un pomeriggio, attraverso gli occhiali sempre più deboli, vide una bava di fumo uscire da un camino. Restò fino al crepuscolo seduto al limitare di un boschetto a guardare la casa, senza risolversi ad entrare. La notte era gelida. Forse lì non era passata la guerra. Forse non sapevano che lui era un nemico. La mattina vide una donna che usciva con un bidone da latte su un carrettino. Si alzò automaticamente e camminò verso la casa. Il grido di un uomo. Un colpo di fucile. Victor scappò senza sapere da dove gli venissero le forze. S’infilò tra i rovi e si vide le mani insanguinate. Intorno, sfiorando il nascondiglio, passavano gli uomini con i fucili. Rimase immobile fino a notte.

Poi camminò nel bosco finché non riuscì più a non cedere alla febbre. Aveva sete. Non avrebbe saputo dire quanto tempo era passato. Ogni poco si sdraiava e dormiva, svegliandosi dopo ore, o giorni, o anni. Aveva sete e beveva alle pozzanghere. Poi la dissenteria gli bagnava le cosce.

Gli alberi si erano diradati e l’orizzonte era pallido. La sabbia digradava. Victor camminava a passi disuguali, con le ginocchia flesse, verso le onde. Si fermò. Tra le ultime dune c’era una fossa scavata dal vento. La sabbia coprì il corpo di Victor.

 

Partecipa alla discussione 14 commenti

  • Mallo Amarino ha detto:

    Saluti
    Gentile professor Montanari, grazie per la sua nuova risposta al post precendete. Le premetto che il sottofondo sgarbato e le sue velate offese non mi fanno nè caldo, nè freddo; per conto mio, continuerò a rivolgermi a lei, sia pure nell’ambito di un dibattito acceso, con rispetto ed educazione (e un po’ di ironia), ovviamente senza la minima pretesa dello stesso trattamento da parte sua.

    Mi rincresce insistere, ma lei contunua a spostare il fulcro della discussione su ciò che vuole lei. Spero lei voglia la gentilezza di valutare queste mie puntualizzazioni. Andiamo con ordine.

    1. Torno a ripeterle: delle sue analisi mi importa relativamente; non mi interessa che lei sostenga d’aver, vanamente, invitato chichessia nel suo laboratorio (in perfetto stile Nord Corea) per guardare dentro il microscopio quando analizzate un vaccino (*); di queste affermazioni ero ben a conoscenza, dal momento che lo ripete a ogni piè sospinto: le credo sulla parola e le prendo per vere. Ma non è di questo che sto parlando, per cui nessuna presa in giro.

    2. Quando le ho chiesto di confrontarsi con il mondo scientifico mi riferivo, ripeto, all’efficacia della pratica vaccinale, che lei pone in dubbio. Per tanto, scriva, telefoni, o si rivolga di persona, a qualunque centro di ricerca, scelga lei, esibendo la documentazione che ritiene più opportuna a sostegno dell’inutilità dei vaccini e dell’insussistenza dell’immunità di gregge, esprimendo le sue perplessità, anche nei termini usati su questo blog e altrove. Viceversa, scriverne qui sopra equivale a parlarne nella sua, tanto vituperata, osteria.

    3. Qui non si tratta di mettere in dubbio l'”ipse dixit”, o il “lei non sa chi sono io”, caro professore, bensì del misconoscere evidenze che hanno generato il consenso unanime da parte di una comunità, quella scientifica, fatta di tantissimi individui che, al pari suo, versano sudore e lacrime per verificare e misurare scientificamente l’efficacia dei vaccini; salvo poi vedersi attaccati da persone che, senza specifica competenza, si dilettano a trarre conclusioni guardando “Le Iene” o “Report”, elaborando grafici e leggendo bugiardini nel tempo libero, come se tutto si esaurisse lì. Chi fosse davvero interessato a sapere come stanno le cose, inizierebbe a studiare, partendo (ad esempio) dagli strumenti che ho segnalato: proprio non le piace, la Oxford University Press?

    4. Per tutto ciò che lei contesta dell’efficacia vaccinale (i suoi grafici, ad esempio: sono un vecchissimo cavallo di battaglia degli antivax), c’è una limpida spiegazione: abbia quindi lei l’umiltà di rivolgersi a chi di efficacia dei vaccini si occupa quotidianamente per professione, senza avere la pretesa di aver capito tutto, da solo, di settori ultra specialistici e cadendo, lei sì, nell’Ipse dixit: il fatto di essere un luminare delle nanoparticelle, di aver cercato le stesse in alcuni vaccini, di aver conosciuto Montagnier e di aver letto qualcosa, non la rende affatto un esperto di infettivologia, di igiene, di immunologia, di epidemiologia, di sanità pubblica e di tanto altro, su cui lei si sente in diritto di parlare in piena libertà.

    5. Se mi sono permesso di indirizzare a Oxford, Cambridge o alla John Hopkins è solo perchè lei spesso chiama in causa le “classifiche” nelle quali questi atenei occupano posizioni di vertice, per poi lasciar intendere che certe “teorie infondate” sull’efficacia dei vaccini siano prerogativa degli “ignoranti” e dei “criminali” che prestano servizio nelle nostre università che, per l’appunto, “occupano posizioni mortificanti nelle classifiche mondiali”. In realtà a tutti i livelli, dal più basso al più alto, si sostengono posizioni analoghe, ovviamente sulla base di solide evidenze, che lei si ostina a voler ignorare, in favore di film, servizi televisivi e rotocalchi. Pensavo che indirizzarla verso istituti d’eccellenza (che lei stesso cita, evidentemente solo quando le fa comodo – vedi più avanti) fosse apprezzato, non è così. Di sicuro, se l’avessi indirizzata all’Università di Padova avrebbe fatto partire il suo disco. Perchè è evidente che a lei non va bene nulla. Vorrei dirle scelga lei un rappresentante della comunità scientifica che sia di suo gradimento: sappia comunque che avrà sempre le stesse e identiche risposte ai suoi quesiti. Si chiama consenso basato sulle evidenze. L’esatto contrario dell’Ipse dixit.

    6. Per quanto riguarda le analisi di Cambridge: messo alle strette, siamo arrivati esattamente dove sapevo: avete noleggiato delle attrezzature, come fanno in tanti. Non poteva dirlo subito? Certo, lei (almeno qui) non ha mai esplicitamente millantato collaborazioni con Cambridge; solo, nel contesto della discussione, magari omettendo volutamente alcune semplici informazioni, ha provato a lasciarlo intendere. Per che motivo? Forse perchè, semplicemente, fa molto figo, agli occhi del popolo, accostarsi all’università più prestigiosa del mondo? Veda ad esempio questo video, in cui lei (al solito) parla a 360 gradi di vaccini, (1): dal minuto 13,25, lei richiama una (non altrimenti specificata) “collaborazione” con Cambridge su un progetto comune, premurandosi di specificare che si tratta dell’Università n. 1 (massimo 2 o 3) al mondo. Come a dire: io sono il laboratorio numero 1, i numeri 1 al mondo collaborano con me, il premio Nobel condivide quello che dico io e quindi io posso parlare di vaccini a tutto tondo e a pieno titolo. Certo, lei ha perfettamente ragione: il biglietto da visita conta zero; soprattutto, a quanto pare, quando a esibirlo sono gli altri. Per altro, apprendo ora che il prestigioso Ateneo numero 1 al mondo è presidiato da gente che ne sa “meno di zero” e non è provvisto della “cultura” adatta; ne prendiamo atto, solo non si capisce, allora, perchè ci abbiate collaborato, o perchè non si esprima in questi termini quando ne parla in pubblico per perorare la sua causa (vedi video segnalato).

    7. Sul fantomatico “veto”, non ho capito dove starebbe il problema: le sue parole forse non descrivono un diniego assoluto? Mi sembra poi altrettanto chiaro che queste sue affermazioni non sono verificabili in alcun modo, se non prestandole fede, per cui se vuole posso anche crederle. Resta il fatto che questa sua affermazione non è di alcun interesse per me, per cui stia sereno: non la tengo in alcuna considerazione. Ma se vuole prenderlo come uno scherzo, faccia pure, purchè questo la diverta.

    8. Per quanto riguarda le interviste alla citata rivista “Cronaca Vera”, che a quanto pare l’ha particolarmente colpita, devo chiederle scusa, ma evidentemente sono stato tratto in inganno da questo articolo (2) che riporta l’immagine di un servizio, con tanto di foto a un suo sosia-omonimo. I suoi servizi fotografici su Cabalero (fortunatamente per me!) invece me li sono proprio persi, ma non ci tengo a recuperarli.

    9. Sul resto del mio “sproloquio”: sarà anche mortificante secondo lei, ma le faccio notare che è sostenuto dal contenuto di documenti che le ho cortesemente allegato; per cui se vuole entrare nel merito di questi, sarò lieto di cogliere il suo punto di vista, altrimenti la sua è una critica indecifrabile e, conseguentemente, del tutto inutile, sia per me che per altri lettori. Sull’Università “Pinco Pallino”, non ho fatto altro che citare un suo precedente commento, per cui è probabile che lei non abbia letto bene; e se la cosa l’ha intristita, anche se non capisco in che modo, le assicuro che non era mia intenzione.

    10. Mi fa piacere per lei che le sue non siano frequentazioni provinciali, anche se non capisco: che cos’ha contro la cosiddetta provincia?

    Buona serata e tante buone cose.

    (1) https://www.youtube.com/watch?v=c94pg3gtYz4
    (2) https://www.nextquotidiano.it/stefano-montanari-un-altro-eroe-antivaccinista-lascia/

    (*) Un inciso, a tal proposito. Per valutare la bontà di un riscontro non è indispensabile “andare a vedere”: non penso che il suo amico premio Nobel, quando ha isolato l’HIV, abbia aperto le porte del suo dipartimento invitando andare a vedere “nel microscopio”, per dimostrare la veridicità dei suoi studi; viceversa, ha descritto materiali e medodi dalla ricerca che ha condotto ai risultati che tutti conosciamo, che che sono stati riprodotti anche da altri: pertanto, nessun membro della comunità scientifica (da cui vorrei escludere i negazionisti) li mette in discussione, benchè quasi nessuno, tra loro, si sia mai trovato fisicamente vicino al microscopio con Montagnier. Ugualmente, nessuno di noi ha avuto la fortuna di sedere al fianco di Galileo per mirare le sue scoperte, nè ha avuto il privilegio di sentire dalla sua voce ogni spiegazione. Tuttavia, oggi possiamo, volendolo, ripetere fedelmente le osservazioni da lui eseguite, come lui le ha eseguite, avendo egli fornito i suoi calcoli e descritto ogni dettaglio che ne rendesse possibile l’esatta ripetizione, ovviamente anche in sua assenza, e verificare di persona quanto affermava. Anche questo, soprattutto questo, significa fare scienza mettendola a disposizione di tutti.

    RISPOSTA

    Aiuto! L’avanspettacolo dei primi Anni Cinquanta offriva di meglio.

    1 (* compreso) – Io non posso invitare nessuno nel MIO laboratorio semplicemente perché il tragicomico Grillo Giuseppe fece sì che il microscopio ci fosse sottratto. Quindi, il territorio sarebbe quello dell’ARPAM di Pesaro. Ma, ovviamente, noi siamo più che disponibili ad andare dovunque, a patto, ovviamente, che si potesse usare l’apparecchiatura adatta e non come hanno fatto i francesi rimediandoci una figura barbina. Dove stia la Corea del Nord mi sfugge ma io, come è noto, sono intellettualmente limitato.
    2. L’ho fatto infinite volte e continuo a farlo. Tutto inutile: nessuno ha il coraggio di confrontarsi dati alla mano.
    3. Lo sa che non esiste alcuna prova scientifica che i vaccini abbiano salvato anche una sola vita umana? Lo sa che i grafici “elaborati” sono quelli raccolti dagli enti di statistica ufficiali britannico, statunitense, australiano, ecc.? La storiella di Oxford sottolinea il suo provincialismo culturale.
    4. Io sono non solo un esperto, ma il co-fondatore della nanotossicologia. Se non le piace, si rivolga tranquillamente ad Oxford.
    5. (Non John ma Johns). Le classifiche si fanno includendo l’egittologia, la giurisprudenza, la fisica nucleare… Quando si parla di vaccini o di non poche altre sottigliezze della Medicina, le cadute sono tonfi tragicomici. Il motivo è ovvio.
    6. A Cambridge analizzammo un vaccino con due loro dottoresse. Quanto alla collaborazione che lei afferma noi millanteremmo, sappia che quando mia moglie fu a capo del progetto europeo Nanopathology l’Università di Cambridge lavorava sotto la sua direzione. Molto meno spocchiosamente di qualche professorino da cortile nostrano, chi era a capo dell’istituto inglese disse a mia moglie “I’m happy you are my boss.” Magari veda di resistere alla tentazione al pettegolezzo riservandola ad altri ambiti dove riscuoterà senza dubbio ovazioni.
    7. Se per veto intende quello di Lorenzin-Tajani a tenere la conferenza al parlamento europeo, la cosa è ufficiale.
    8. Troverà che su Caballero (antica rivista erotica da barbiere della cui sopravvivenza non sono informato) io compaio in costume adamitico e mi accoppio con un antivax.
    9. Diventa davvero difficile colloquiare tra pianeti diversi.
    10. La provincia è splendida ma c’è anche tanto mondo oltre il fosso.

  • Ernesto Musca ha detto:

    Nessuna polemica
    È corretto ciò che è stato detto a Report sul vaccino anti-HPV?

    RISPOSTA

  • parideparis ha detto:

    @ Ernesto
    Legga “Vaccinarsi contro il papilloma virus” del dott. Eugenio Serravalle, e troverà ulteriori spunti riflessione di non poco conto. Per esempio le lesioni precancerose da papilloma virus sono tranquillamente asportabili tramite il PAP test che le donne normalmente fanno ogni 2 o 3 anni e comunque nel 90% dei casi guariscono da sole.Lo chieda a un ginecologo e vedrà che glielo confermerà. Inoltre il PAP test va fatto comunque perché c’è una significativa quota di genotipi del virus che non è coperta dal vaccino e anche perché non si sa quanto dura l’effetto del vaccino, sempre che il vaccino abbia funzionato. Chieda anche questo a un ginecologo.
    Poi si faccia due conti da solo su quanto serve questo vaccino, pur al netto dei rischi.
    Se ha notato, le reazioni scandalizzate e roboanti di tutti i mass media e i soggetti istituzionali sono state di questo tipo: “Posto che i vaccini non possono fare male e avere effetti avversi, tutto ciò che ha detto Report è falso”.
    Io obietto che qualsiasi farmaco può avere effetti avversi ed è anzi normale che li abbia. Anzi spesso tali effetti, inizialmente non noti, si manifestano proprio quando il farmaco viene usato su vasta scala. Allora non capisco perché dire che di un farmaco (il vaccini anti papilloma virus) si stanno scoprendo effetti indesiderati equivalga a una bestemmia, a un atto di eresia, a un’affermazione falsa a priori.
    Poi un piccolo esempio dell’obiettività dell’informazione: stasera il tg la 7 diceva che report parlava di 74.000 eventi avversi segnalati all’estero (mi pare negli USA) e commentava dicendo che infondo non è molto a fronte dei milioni di vaccini inoculati. Ma Report diceva anche che quei 74.000 casi sono largamente sottostimati rispetto al reale per stessa ammissione della autorità di quel paese.
    Lei si sente tranquillizzato e rassicurato da questo tipo di informazione che urla allo scandalo e all’eresia?

    RISPOSTA

    Non si asporta CON il Pap Test ma con il Pap Test lo si rileva.
    Quanto alla sottostima, temo che l’ufficialità tocchi una frazione irrilevante dei casi reali.

  • Ernesto Musca ha detto:

    ?
    Interessante. Peccato che per tutti gli esperti (quelli veri) e i professori universitari di medicina, per esempio, dicano l’esatto opposto. Ma sicuramente sono tutti stupidi.

    RISPOSTA

    No: tengono famiglia.

  • parideparis ha detto:

    @ Ernesto
    Ma allora perché non chiede a quelli che lei ritiene i veri esperti e ai professori universitari se ciò che ha detto Report è vero?
    Perché si rivolge a Montanari quando ci sono Burioni, Lorenzin, Di Grazia, Ricciardi, Luciano Onder, Mentana, Gramellini, Fazio, Mattarella, Boldrini, Grasso, Puglisi, nonché tutte le principali testate giornalistiche che in queste ore non fanno altro che proclamare che Report ha detto cose false? Non le basta?

    RISPOSTA

    E Martufello, Alvaro Vitali, Jimmy il Fenomeno, Topo Gigio, Francis il Mulo Parlante, lo scemo che ogni villaggio che si rispetti ha… Quelli dove li mette?

  • Ernesto Musca ha detto:

    @ Paride
    Volevo solamente chiarirmi le idee e, dalla risposta che ho ricevuto, ho capito tutto. Una persona che conferma le sciocchezze dette in quella trasmissione fa capire che non sa neanche cosa è un virus, figuriamoci altro. Poi alcuni di voi continuano a criticare Burioni, e ciò è parecchio esilarante. Siete anche voi professori ordinari? Credete che sia facile diventarlo? Avete guardato il curriculum di Burioni? Le risposte sono abbastanza semplici.

    RISPOSTE

    Ametto la mia infinita ignoranza, ma un virus so che cos’è, almeno stando a quanto riportato sui libri. Il curriculum di Prezzemolino lo conosco. Diventare professore ordinario, specie iin un’università italiana, specie se non proprio di grande livello, ammesso che l’Italia di università di grande livello ne abbia, non è affatto difficile. Qualto alle “sciocchezze” temo che lei non abbia capito di che cosa si è parlato. Questo le assicura successo.

  • Ernesto Musca ha detto:

    @ Paride
    Volevo solamente chiarirmi le idee e, dalla risposta che ho ricevuto, ho capito tutto. Una persona che conferma le sciocchezze dette in quella trasmissione fa capire che non sa neanche cosa è un virus, figuriamoci altro. Inoltre alcuni di voi continuano a criticare Burioni, e ciò è parecchio esilarante. Siete anche voi professori ordinari? Credete che sia facile diventarlo? Avete guardato il curriculum di Burioni? Le risposte sono abbastanza semplici.[/quote]

  • Ernesto Musca ha detto:

    Ovviamente
    Sicuramente diventare professore ordinario è facilissimo e le università sono pessime. Sbaglierò io

    RISPOSTA

    Fatte salve le punte d’eccellenza che si trovano anche da noi, la qualità media dei nostri ordinari è vergognosa e le nostre università non sono altro che l’espressione di quella qualità, aggravata da nepotismo, interessi di quattrini, interessi di carriera e burocrazia. Dia un’occhiata alle classifiche mondiali. Faccia un giretto nei laboratori di ricerca. Controlli che cosa effettivamente le università nostrane producono e se ne renderà conto. Continuare con le chiacchiere e con la retorica di glorie inventate è uno dei gravami che ci fanno affondare.

  • Barbara ha detto:

    Vorrei dire
    Per primissima cosa : complimenti Dottore.Altro stupendo racconto.
    Per secondo ,ai vari personaggi che fanno SOLO polemica che hanno stufato per non dire altro.
    In una conversazione con alcuni di voi mi sarei gia girata e me ne sarei andata.Siete dei perditempo logorroici.
    Dottore dove la trova tutta questa pazienza?
    Buone cose

    RISPOSTA

    Quei personaggi sono utilissimi. Sono la testimonianza offerta volontariamente del livello di un’umanità che si sta portando, come diceva sempre Danilo Mainardi, all’estinzione dopo aver recitato una parte breve quanto micidiale su questo pianeta. Se qualcuno mai si salverà avrà a disposizione documenti inoppugnabili del perché è successo.

  • Ernesto Musca ha detto:

    .
    Barbara se si sta riferendo a me le rispondo dicendo che lei è una credulona, ma potrei dire anche altro. Per voi dietro ogni cosa c’è un complotto. Gli scienziati inglesi, francesi, americani, italiani ecc sono tutti corrotti/incompetenti? Quanto a lei, Montanari, devo dire che la dottoressa Gatti ha fatto allarmismo ingiustificato sul vaccino anti-HPV. A differenza di quello che afferma sua moglie (ma anche lei) sulla base delle conoscenze attuali, la quantità di nanoparticelle contenute nei vaccini è talmente piccola da non creare nessun danno. Per esempio l’agenzia francese sulla sicurezza dei medicinali afferma ciò che è stato scritto prima. http://ansm.sante.fr/Mediatheque/Publications/Ordres-du-jour-comptes-rendus-des-groupes-de-travail-comites-commissions-Comites-scientifiques-specialises-temporaires/Toxicologique-des-metaux-dans-les-vaccins/CSST-Evaluation-toxicologique-des-metaux-dans-les-vaccins-du-13-05-2016-Compte-rendu. Lei, Montanari, può mostrare uno studio in cui dimostra la pericolosità di queste nanoparticelle presenti nei vaccini?

    RISPOSTA

    Adesso basta davvero. Lei è solennemente ignorante e difende l’indifendibile proprio trincerandosi dietro la sua spocchiosa mancanza di cultura. Mia moglie ed io abbiamo scritto centinaia, forse migliaia di pagine spiegando tutto nei dettagli e nessuno è mai stato capace di contraddirci. Decenni di ricerche e di scoperte restano in attesa di smentita, cosa che, ad oggi, non è mai avvenuta se non appellandosi ad esternazioni basate sul “lei non sa chi sono io” e sulla fuga da qualunque confronto. Se lei ritiene che mia moglie ed io abbiamo fatto allarmismo, cioè abbiamo commesso un treato,la invito a presentare regolare denuncia alle autorità competenti e a metterci la faccia firmando con nome e cognome e presentandosi in tribunale, sempre che il magistrato non ordini un TSO per lei. Se non lo farà, avrà mostrato ciò che vale.

  • Barbara ha detto:

    Caro Ernesto & co.
    Forse tutto dipende da quale lato si guarda la medaglia. 😉

    Lei mi da della credulona ma non sa quali sono le mie opinioni.

    Io le sue le so e potrei dire benissimo la stessa cosa di lei oppure pensarla come lei…..chissà.

    Stà di fatto che parlavo di logorroica senza entrare nello specifico argomento.
    Comunque il primato non spetta a lei se la può consolare.

    Saluti

    RISPOSTA

    A certi personaggi avere un primato fa invariabilmente piacere.

  • Barbara ha detto:

    Divertente
    Dottore devo dire solo una cosa. La parte piu esilarante è quella in cui le vengono impartite lezioni anzi correzioni riguardanti la nanotossicologia …..giuro….ridevo.

    RISPOSTA

    Toscanini si arrabbiò molto quando Ravel gli disse che il famoso Bolero per il quale Ravel è conosciuto anche a livello popolare non andava eseguito come lo eseguiva l’orchestra diretta dal Maestro. “Che cosa vuole saperne lei di come va eseguito!” pare gli abbia gridato.
    Ma almeno lui era Toscanini.

  • Ernesto Musca ha detto:

    Esilarante
    A me invece diverte Barbara: ma perché continua a “compiere lecchinaggio”? Mistero. Quanto al dottore dico solo che non si deve irritare perché le ho semplicemente chiesto uno studio che mostra la pericolosità Delle nanoparticelle presenti nei vaccini. Niente di più.

    RISPOSTA

    Io non credo che lei sia stupido come si sforza di apparire. Vede, caro Ernesto, non ha alcuna importanza se una pallottola è sparata da una Colt o da una Beretta. Il problema è la pallottola che le fa un buco da qualche parte. Capisco che lei è nato “imparato”, ma abbia pazienza: legga almeno qualche libro scientifico che ho scritto o anche solo qualche capitolo scientifico che ho scritto in libri altrui. Poi, la prego: non mi faccia perdere tempo con stupidaggini che la squalificano. Internet pullula di siti in cui la sua logica e le sue stramberie sarebbero accolte con clamorose ovazioni. Dopotutto, la Terra è rotonda, la benzina brucia, ergo: i vaccini sono la salvezza.

  • parideparis ha detto:

    Parliamo del racconto
    E’ bellissimo. Fa venire i brividi. Dottore, ho visto che anche a lei come a me interessano le cose di guerra. A volte vedo i documentari sulla prima guerra mondiale e penso che al fatto quella follia è ancora presente nelle teste degli uomini che hanno le leve del potere e che usano il loro popolo come un branco di bestie da macello. E anche la stessa miopia di allora è presente negli occhi del popolo, che anche oggi non vede la realtà che ha davanti. E la volontà di credere e illudersi è anche quella sempre la stessa. Il suo stile e il suo linguaggio verista squaderna davanti al lettore la realtà nuda e spoglia per quello che è e alla fine raggiunge davvero la poesia con la sua capacità in poche semplici immagini di dire qualcosa di ultimo e definitivo sull’uomo e la vita.

    RISPOSTA

    Sì, la guerra mi ha sempre interessato perché è la manifestazione più indiscutibile dell’inferiorità dell’Homo sapiens nei confronti dell’universo mondo. Non che altre manifestazioni facciano difetto. A parte tutto, pur cercando di stringere il cilicio per soffocare la vanità,sono contento che a qualcuno piacciano i miei racconti.

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