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E’ ora di basta!

 

 

 Mi viene segnalato come, il 14 febbraio scorso, il Gazzettino di Treviso abbia pubblicato un’intervista con  tale prof. Marco Ragazzi, ingegnere dell’Università di Trento.  Ancora una volta, l’argomento era il cosiddetto “termovalorizzatore” e lo scopo evidente quello di disinformare i lettori.Io non so se l’intervista sia stata riportata fedelmente, né mi è noto se, nel caso in cui i concetti siano fedeli, il prof. Ragazzi semplicemente ignori o, piuttosto, voglia ignorare, ma, tutto sommato, l’effetto non cambia.

Il movente occasionale è la volontà da parte di Unindustria, l’Unione degl’Industriali della Provincia di Treviso, di costruire un inceneritore, anzi, meglio due, nella loro provincia, una provincia che, detto per inciso, pratica una raccolta differenziata con risultati paragonabili a quelli delle zone più civili d’Europa. Lasciando da parte i motivi per i quali gl’Industriali vorrebbero fare una simile idiozia, ecco la necessità di costituirsi qualche alibi.

S’importa allora da Milano, sponda Politecnico, l’ineffabile prof. Giugliano (gag favorita: dall’inceneritore esce aria pulita) e lo si manda allo sbaraglio in un dibattito pubblico supportato dal presidente di Unindustria e da un ingegnere che gl’inceneritori li fa. Poi si sponsorizza il debutto mediatico della new entry prof. Ragazzi da Trento.

Tutti ne parlano, ma pochi sanno davvero cos'è” esordisce l’articolo, riferendosi, va da sé, ai “termovalorizzatori”. E, di fatto, l’intervistato non smentisce l’assunto. Lasciando da parte i numeri forniti, sulla cui esattezza forse qualcuno (Greenpeace, per esempio) avrebbe a che ridire, contentiamoci di osservare il Professore librarsi nel vuoto, avventurandosi audacemente nell’ignoto: l’impatto con la salute. Piacerebbe a molti sapere, per esempio, che fine fa l’acqua di depurazione, dove si mettono le polveri eventualmente bloccate dai filtri, dove si mettono i filtri dismessi, dove si mettono le ceneri. Le ficcheremo ancora nel cemento? Le lasceremo svolazzare qua e là nell’aria che le nuove tecnologie rendono vieppiù cristallina? Piacerebbe, poi, a molti sapere se il prof. Ragazzi ha qualche idea di come si comporti questa robetta piccina piccina quando finisce nell’organismo. “Se progettato bene, gestito bene e posizionato in un sito adeguato, un impianto immette nell'aria una quantità di inquinanti trascurabile” è un’altra delle frasi attribuite al Professore. Io mi auguro solo che si stia scherzando. Ancora la solita acqua e anidride carbonica ricavata alchimisticamente da mercurio, piombo, cadmio, cromo, bario e quant’altro? Così come spero si tratti solo di vis comica quando si dice, sempre riferendosi al “termovalorizzatore”, che “non emette più nanoparticelle di altre fonti: le nanoparticelle, per altro, si sprigionano anche da un fuoco di legna.” Vero, ma si pone una verità in maniera evocativamente furbesca: un caminetto da una parte, qualche centinaio di migliaia di tonnellate della più varia immondizia dall’altra. Continuando, se si dovesse stare all’intervista, pare proprio che il Professore non conosca il principio di conservazione della massa (scoperto nel lontano 1786), non sappia che quando si brucia si addiziona ossigeno (che ha una massa) e che nei “termovalorizzatori” si aggiungono varie sostanze (che pure hanno una massa) e che tutta questa massa da qualche parte deve finire, a meno di non smentire le leggi fondamentali della fisica. Il Nostro non saprebbe neppure che, bruciando, moltissime sostanze si trasformano, acquisendo una tossicità assai maggiore di quella che caratterizzava le sostanze di partenza. E infine, tra le tante cose, pare che il Professore ignori che le nanoparticelle sono incomparabilmente più numerose delle particelle controllate per legge e, rispetto a queste ultime, sono anche ben più penetranti e patogene.Come spesso accade, ancora una volta il problema viene affrontato in modo del tutto parziale, offrendo un pezzetto di realtà, per di più abbondantemente distorta, e senza mai chiudere il cerchio. I media? Le università? Lasciamo perdere.

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