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Non può più sussistere alcun dubbio. Ormai è stato dimostrato nitidamente da luminari davanti ai quali non posso che inchinarmi: io sono un ciarlatano (http://blog.ilgiornale.it/locati/files/2017/02/I-goal-di-Medbunker-3.pdf). Ho pasticciato per molto più di 40 anni pendolandomi tra laboratori, università e sale operatorie di tutto il mondo, disturbando perfino, in più di un’occasione, e a lungo fingendo addirittura

di lavorare con lui, qualcuno che ora riposa in pace ma che allora aveva a che fare con l’assegnazione del Nobel per la Medicina, e, senza essere stato capace di portare alcun contributo alla Scienza, ho inventato le stravaganze più insostenibili.

 

Sono arrivato a costruire fotomontaggi nei quali chi è esperto di certe cose vede chiaramente che si tratta della mia foto della cresima ritoccata ad hoc. Ho disegnato a mano grafici improbabili riproducendoli dall’altimetria delle tappe del Giro d’Italia. Ho truffato migliaia di persone che mi portavano palate di quattrini fingendo di occuparmi dei loro casi e, grazie alla famosa torta al cioccolato di mia moglie, corrompendo i giudici che hanno dato loro ragione. Ma ho fatto di peggio: ho cacciato (“bannato”, eorum lingua) dal mio blog criminale la mammina che tanto ha sofferto per la brutta tosse della sua piccina e per questo implora il mondo di correre ai ripari. Il fatto che la signora al blog non si sia mai iscritta e che, nella mia vita, io non abbia mai “bannato” altro che una poveretta su richiesta dell’avvocato per evitare che si ficcasse in guai peggiori di quelli in cui si trova è irrilevante. Il suo citare frasi che non ho mai scritto né pronunciato è solo iperrealismo che dimostra che cattivaccio io sia e come io la tema (https://it.wiktionary.org/wiki/mitomania).

Ora, pentito, volto pagina e, da adesso in poi, questo blog ospiterà un salotto gentile. Chi ha bisogno di notizie e di aiuto vero e non quello a chiacchiere costose che fingevo di prestare io, si rivolga ai luminari. Quei santi sono talmente baciati dalla fiammella pentecostale della sapienza da non aver nemmeno bisogno di sporcarsi le mani in un sozzo laboratorio, perché loro SANNO a priori.

Oggi, con un giorno di ritardo sull’anniversario della morte di Tiberio Mitri, riporto un racconto che scrissi anni fa. Lo scrissi per mio padre che di Mitri fu un ammiratore.

SE LA BORA…

 

Ma sì, è storia vecchia, ripetuta chissà quante migliaia di volte! “Ah, se tu fossi nato dieci anni più tardi…” Se io fossi nato dieci anni più tardi… Se… Se: che parola stupida! Intanto se fossi nato dieci anni più tardi non avrei fatto in tempo a incrociare mio padre, per quel po’ che… E, magari, all’Istituto ci sarei finito ancora in fasce. E poi la guerra… Chissà… Chissà come sarebbe stata la guerra con dieci anni di meno… Dieci anni di meno… Tra i quattro e i nove anni… Avrei avuto quattro anni nel ’40… La guerra… A guèra… A guèra dicono qua. Lo diranno per risparmiare… A guèra… Guerra. R, r: guerra! La guerra: chissà come sarebbe stata. Se… Che razza di parola!

Il certificato… Oh, dov’è finito? Lo tengo sempre… lo tengo sempre nella giacca. Il certificato ci vuole, e anche il passaporto. Per dopo, si capisce. Per dopo.

La ferrovia…

E’ tutto come in treno... Per tutti? Boh?  Si comincia… Qualcuno comincia a vivere in terza classe, come nella terza classe del treno, sulle panche dure, senza riscaldamento, poi va in seconda. Se ce la fai a pagare la differenza, s’intende, se ce la fai, vai in seconda. Poi in prima… Vai in prima… In prima… Pagando. Qualcuno va in prima. Pochi. Io. Io sono arrivato in prima. Almeno ci sono arrivato, io, in prima classe. Ti siedi sul morbido, al caldo e viaggi e ti sembra di essere sempre stato lì, in prima classe. Ma chi potrà mai viaggiare in seconda? E in terza? In terza! “Ma lo sa che dicono ci sia una terza classe?” “Ma no, impossibile! Qui da noi, in prima classe…” Poi non te l’aspetti e arriva uno che ti dice “Caro signore, lei qui non ci può stare perché il biglietto non è valido.” A me lo dice: mi dice che il biglietto non è valido. “Perché?” faccio io. “Perché le hanno rifilato un biglietto falso.” “Falso? - faccio io, - ma se ho pagato!”. E lui ride. “Ho pagato!” gli dico. “Lei ha pagato fino alla stazione precedente. Il resto del biglietto non é buono per la prima classe. Fuori, fuori!” E io torno in seconda. “Eh, no, signore!- mi fa un altro appena arrivo in seconda: - con quel biglietto lei fila in terza, e ci va prima che io la faccia buttare giù dal treno.” E io vado in terza. E lì ruzzolo giù, quasi subito, subito, credendo che qualcuno mi abbia spinto. Chi mi ha spinto? Oh, chi mi ha spinto? Nessuno. Nessuno mi ha spinto. O tutti. Tutti lì a spingermi giù. Fuori, fuori!… O nessuno che allunghi una mano mentre sto cadendo… Boh!… Ma chi se ne frega! E adesso lungo i binari ci vado a piedi. Da solo. Parlo da solo perché il certificato…

Eccolo… Eccolo: è qua. E’ qua il certificato. Il certificato e il passaporto. Scaduto. Il passaporto scaduto. Ma anche se è scaduto…

Nelle mie condizioni non si sa dove si va. Non si sa, non si capisce. Si va, si fa e non si capisce. E’ tutto scritto nel certificato. Guardi qua, è ufficiale! Signore, guardi anche lei, guardi qua il mio certificato! Anche lei, sì, sì. Guardate tutti! Guardate tutti… Tutti, anche se qui non c’è nessuno. Non si capisce. “Le dico che non ci si ricorda nemmeno chi si è, neanche se ci si guardano le mani.” Le mani senza guanti. Guantoni. Le mani senza guantoni. E poi sono sordo e non sento il fischio. C’è scritto: è tutto scritto nel certificato.

Oh, fa un freddo cane lungo ‘sta ferrovia. E con questi sassi… E le traversine… Un passo lungo e uno corto. Uno lungo e uno corto. Oppure tanti lunghi. O tanti corti. Normali no.

La malattia non mi lascia capire che sono appena passate le sei e fa ancora buio. In febbraio…

Chi va in treno a quest’ora? In treno verso il mare. O dal mare. Io vado a piedi.

C’era una bora… E’ per la bora che sono entrato in palestra. Quanti anni saranno? Saranno… Tanti… Tanti. Non credevo che la vita fosse così lunga… No, no, non sapevo che quella là fosse una palestra. C’era il portone aperto. Faceva un freddo… Più freddo di oggi. Là fa più freddo anche se c’è il mare. La bora ti sbatte via come… No, all’Istituto non ci andavo più. Stavo a casa. Mi guadagnavo abbastanza da stare a casa… Lavoravo dal fornaio, io me lo ricordo. La gerla piena, la bicicletta… C’era la bora e sono entrato nel portone. “Oh, vuoi provare a venire su?” E’ così che sono andato sul ring la prima volta. Il maestro mi ballava intorno e mi allungava uno schiaffo, poi un altro, poi uno e due. Un uno-due. Tac, tac! Non rideva. Mi ballava intorno. Era un vecchio e mi ballava intorno. Schiaffo. Mi ballava intorno. Schiaffo. Tac, tac! Schiaffo. Tac, tac… Tac!

La boxe… Per me la boxe era Carnera. In Istituto c’erano dei giornali vecchi… Carnera… “Dai, dai! Ma non vedi che ti prendo a schiaffi?” Tac, tac! E’ così che ho cominciato la boxe…

“Lei ha un biglietto falso!” Questo lo diceva quello del treno… Falso… Era falso il certificato di nascita. A tredici anni… Loro credevano quattordici. A tredici anni mi fanno incontrare uno che era il campione regionale. Pum! Oh, si vedono davvero le stelle. Pum! Le stelle. Pum! Le stelle. Quello me le suonava e io non capivo da dove arrivavano le botte. Tante botte… “Giragli da destra!” mi urlava il maestro. Da destra… Io non capivo neanche dove fosse, la destra. E allora io non avevo mica il certificato. Eppure non capivo da dove arrivassero tutte quelle botte. “Giragli da destra! Da destra!” Botte, botte, botte: squalificato. Squalificato… Non è stato proprio un bell’inizio. I fischi… Quanti fischi!… Sono scappato via. Squalificato perché non si può prendere a calci l’avversario. Non si può… Quello mi picchiava… me menava, dicono questi. E io mi ero stufato di prender botte. Gli ho dato un calcio. Adesso mi viene da ridere, ma allora… Calci, poi… Dopo… Calci…

La boxe…

Il treno non arriva ancora.

Non c’è un cane, qui. Meglio così. Meglio camminare da soli. Meglio parlare da soli. Non è mica un match aperto al pubblico, questo.

Poi la guerra… Guerra: r, r. Però, bene o male, in palestra ce l’ho sempre fatta ad andare.

Chi l’ha detto che il treno non arriva? Sono io che non lo posso sentire. E’ scritto nel certificato. Se non lo senti, il treno arriva lo stesso. In guardia: arriva il treno! Tac! Eh, se non stai in guardia…

La boxe… Dilettante: benino. Bene, anzi.

A vent’anni, vent’anni veri, passo pro. Professionista. La guerra era finita da poco. A vent’anni… Adesso non si può più… Primo incontro: vinco. Non un gran che. Lorenzo era un bravo ragazzo, ma come pugile… Un bravo ragazzo. L’ho buttato giù alla sesta. Un bravo ragazzo…

Professionista. Vuol dire che ti pagano e che tu fai la boxe. Eh, no, non le botte: la boxe. A me le botte non sono mai piaciute. La boxe è… Ma sì, ma sì, quelle botte, quelle altre, quelle con… quelle là erano diverse. E’ inutile stare a contar balle : eravamo ubriachi tutti e due. Anche lei, sissignore. Anche lei era ubriaca. Ubriaca, ubriaca, ubriaca. Ho fatto a botte con lei più di…

Oh, ‘sti sassi!…

Ah sì, io ero bello! L’Angelo Biondo, mi chiamavano. No, adesso, vabbè… L’Angelo Biondo… Era appena finita la guerra e la gente aveva voglia di divertirsi. Si facevano le riunioni e c’era sempre il pienone.

Io non facevo a botte: facevo la boxe. “Non ha la castagna,” dicevano, anche se i primi quattro incontri li ho vinti tutti prima del limite. “Sono sacchi di patate,” dicevano. No, erano dei bravi ragazzi. Io facevo la boxe, non le botte, e vincevo, vincevo sempre. Li buttavo giù perché avevo il tempo giusto. Loro si scomponevano, aprivano un attimo la guardia e io: tac, tac! Vincevo. Non ti puoi distrarre quando fai la boxe. Devi stare lì con la testa. Se apri la guardia… eh, se apri la guardia e hai davanti uno che fa la boxe… Io facevo la boxe, avevo tecnica, avevo fantasia e… E vincevo. Sempre… Mi sembrava che sempre… Che ogni momento fosse sempre.

Vincevo…

Prima o poi questo treno…

Divento campione italiano. Oh, campione italiano! Ai punti. Dodici riprese con Michele. Un bravo ragazzo.

Faccio quattro incontri da campione italiano. Campione italiano… Mi sembrava che più di così… Al quinto difendo il titolo con Giovanni… Era un buon pugile, Giovanni. Ha fatto una buona carriera.

Passa un anno e mi mandano fuori a combattere. In Belgio. C’ero già stato fuori a combattere: in Svizzera tre o quattro volte e una volta in Inghilterra. Adesso vado in Belgio… Mi mandano in Belgio, a Bruxelles.

“E’ la tua occasione, - mi diceva Carletto. – Se ce la fai, si cambia vita! Hai capito?”

C’erano delle donne… delle belle donne, là. Ma Carletto me le teneva lontane. “Se non vinci sei un fesso. Quello te lo rigiri come ti pare, se vuoi. Se non guardi le donne.”

Campionato europeo, mica i soliti incontri…

Si era nel ’49. La città era ancora tutta a pezzi, bombardata, ma là dentro c’erano tante luci, tanta gente elegante, ricca, tante donne…

Quindici riprese. Quindici riprese le avevo già fatte a Londra. Lunghe. Sono tre quarti d’ora puliti di pugni, e non è mica detto che l’altro faccia solo la boxe.

Bell’incontro: tac, tac… Tac! Bell’incontro… Duro. Tac, tac! Vinco ai punti in Belgio, in casa sua: campione europeo.

Io avevo tecnica, avevo fantasia e un bel montante sinistro. Li prendevo tutti di sorpresa: tac, tac… Tac! Campione europeo a casa sua.

Ancora con gli occhi pesti, passano tre settimane e combatto di nuovo. Tre settimane… Poi un altro incontro dopo due settimane e un altro dopo dodici giorni. Adesso aspettano… Mesi aspettano prima di fare un altro match. Allora anche chi non aveva fame, la fame se la ricordava bene. Erano pochi quelli che non l’avevano conosciuta, la fame… Adesso… Adesso che mi hanno buttato giù dalla terza classe, io la fame lo so che roba è. E anche prima, quando in terza ci viaggiavo ancora, quando almeno viaggiavo, la fame… E non è mica sempre il cibo che…

“Ha preso i pugni in testa, per forza si è ammalato e non si ricorda, e non capisce, e non sente nemmeno il fischio del treno che gli arriva da dietro.”

Ma non sono stati solo i pugni…

Con gli occhi pesti ma il naso no. Il naso l’ho conservato fino alla fine. E sta a vedere che se la botta arriva da dietro, il naso…

L’Angelo Biondo…

Lei la Fidanzata d’Italia. Così la chiamavano: la Fidanzata d’Italia… Poco più che una bambina. Bellissima. Bellissima… Sventolava la bandierina tricolore: “Trieste italiana!” E la gente sventolava le sue, di bandierine, e se la guardava con gli occhi da maiale.

I fotografi facevano il flash, buttavano la lampadina, poi un altro flash, e un altro. Flash, flash, flash!

L’attrice voleva fare. Era bellissima e voleva fare l’attrice. L’attrice perché era bellissima! Anch’io ero bellissimo: io ero l’Angelo Biondo, però io il pugile lo sapevo fare davvero. Tac, tac! La guardia si apriva un attimo: tac!

Lei mi guardava. Era bellissima. “Non sei un uomo,” diceva. E io ero pesto dall’incontro di due ore prima. Lei puzzava. Era ubriaca. “Non sei un uomo.” Io ero pesto. Lei rideva e si versava da bere. Era poco più che una bambina e puzzava e diceva “Non sei un uomo,” e rideva e si sforzava di ridere e mi urlava in faccia… “Non sei un uomo!” E’ così che mi hanno dato la coca… E io l’ho data a lei. E…

Quando poi è nato il bambino io sapevo che era già segnato.

Lei voleva fare l’attrice. A tutti i costi. A tutti i costi. Anche…

Oh, con ‘sti sassi!…

Difendo il titolo a Parigi. Si era vicini a Natale. Stavo male, avevo il vomito: il miscuglio di liquori, la coca… “Vediamo se sei un uomo…” E io vomitavo per terra, sul tappeto dell’hotel. Anche lei era ubriaca. “Vediamo…” e si apre la bustina.

Ero in prima classe, ma…

La prima volta che le ho dato uno schiaffo è stato perché… Ma che cosa importa? Lei doveva fare l’attrice e “Tu prendi le botte perché è il tuo mestiere e io…” e rideva. Le ho dato uno schiaffo. Le sanguinava la bocca. Mi ha sputato in faccia una saliva filante, piena di sangue, come quella del ring.

Arriviamo in America all’inizio di maggio. Un sacco di vittorie, tre pareggi e un no-contest. Io sono il campione d’Europa. Lei…

Scendiamo e c’è un esercito di fotografi. Sono per me. Lei è solo bella ed è mia moglie. Sono per me.

Io non ci volevo andare in America. Il maestro, quello che mi ballava intorno, non c’era più, ma la sua vedova si era messa a piangere quando le ho detto che volevano che andassi, che dovevo andare. Io sapevo… Era lei che... Lei mi guardava e mi piantava le unghie nelle mani. L’America, il cinema… Lei era bellissima, era la moglie del campione d’Europa… Il cinema… Io non ci volevo andare, in America. “Che uomo sei…” E… No, no.

Stiamo tutti e due a New York per tre giorni e io non la vedo nemmeno la sera, in albergo. Poi mi pianta lì, a New York, e va in California, a Hollywood, insieme con un tale. “Lo sapevi,” mi dice. Sì, lo sapevo.

Io non ci stavo con la testa. Io lo sapevo che cosa avrebbe fatto. Che cosa le avrebbero fatto. Non ci voleva mica un genio per… E sapevo che lei si sarebbe ubriacata e avrebbe riso e avrebbe… Io… Io bevevo. Sì, io bevevo e prendevo la coca. La coca era come lei: bellissima, tanto bella da non poterne fare a meno. Tanto bella da farti fare una vita da cane e da volerne ancora. Sempre. Sempre, tranne nei momenti…

A New York faccio un incontro, mi fanno fare un incontro, e lo vinco. Vinco ai punti in dieci riprese. Ma non ci stavo con la testa. Io sapevo che lei… Non potevo non immaginarmela ubriaca… Ubriaca con…

E basta con questi sassi!

A luglio, il giorno del mio compleanno, ventiquattro anni, dovevo combattere per il mondiale. Campione mondiale. Il garzone del fornaio… I giornali con il mio nome nel titolo… In America c’era già la televisione.

Campione mondiale… Ma va!

Se fossi nato dieci anni più tardi sarei stato solo io. Sarei stato il più grande, ma non allora: dieci anni più tardi.

“Non ci sto con la testa.” “Sei un fesso,” mi diceva Carletto. Ma, testa o no, io non ce l’avrei fatta. E’inutile stare a contar balle. Quello, il Toro, The Bull, io l’avevo visto nei filmati. Stesso peso mio, al grammo, ma lui era più basso di me. Io un angelo, lui un toro. Quei pugni… Io guardavo i filmati e quei pugni me li sentivo addosso, alla bocca dello stomaco, al mento, al naso… Al naso. Non ce l’avrei fatta. Mai. Dieci anni più tardi sì, ma allora… Anche Carletto lo sapeva. Non poteva non saperlo… Lo sapeva.

Non ci stavo con la testa… Non ci stavo con la testa!

“Lascia perdere quella là. Adesso è lui che importa!” mi diceva Carletto. Ma io non ci stavo con la testa. E’ inutile…

“Stai calmo! Tu non pensare a quella là e noi vediamo se…”

Vanno per combinare l’incontro. Io lo sapevo, lo sapevano tutti che la boxe si combina, ma io non l’avevo mai fatto. “Vediamo se ci stanno e quanto chiedono.”

Loro ci stavano, ma pretendevano una cifra…

“No, non si fa. Non recupereremmo mai quei soldi. Sono troppi. Piantala con il liquore e quella roba tienila per il match. Solo per il match. Poi vedremo. Non è detto.”

Era la sera del mio compleanno. Prima di entrare nello spogliatoio tento di telefonarle. Telefono là, dove diavolo era lei. “Sì, è in stanza ma non può rispondere,” mi dicono che dice il centralinista. Lui lo diceva in inglese…

“Adesso importa solo lui. Capito?”

“La roba. Ce l’hai la roba?”

“Ce l’ho.”

Quando sono salito sul ring non capivo più niente. Non c’ero con la testa. Le luci, la gente… Tanta gente che urlava. La roba l’avevo presa, ma… Al primo gong avevo già perso. Lui mi colpiva e io schizzavo di goccioline di sudore le signore in prima fila, quelle che avevano pagato il mio stipendio di un anno dal fornaio per farsi arrivare il sudore in faccia.

Quando comincia ad arrivare la saliva con il sangue, loro si mettono a gridare. Avevano pagato un patrimonio.

Lei era in stanza e non poteva rispondere.

E quello picchiava.

“Non andare giù!” Era l’unica cosa che mi urlava Carletto quando tornavo all’angolo.

Ho fatto tutte e quindici le riprese in piedi. L’ho fatto e non so come. Io non c’ero con la testa e lui mi entrava nella guardia come voleva. Non vedevo più niente. Alla quinta… Me l’hanno detto dopo che era la quinta… E’ stato allora che mi si è aperto il sopracciglio e il sangue mi riempiva gli occhi. Sentivo solo le urla e i muggiti del Toro. Un colpo, un muggito; un colpo, un muggito… E ogni colpo… “Il paradenti!” urlava Carletto. Il paradenti era finito addosso a una signora che urlava e che quel paradenti non lo voleva mollare… Non lo so… Non so come ho fatto a restare in piedi. Non ci stavo con la testa.

Io lo so che cosa le hanno fatto a Hollywood.

Attrice? Ma quale attrice! Neanche un metro di pellicola.

Abbiamo fatto a botte appena ci siamo rivisti. Lei era ubriaca. Si era vomitata addosso. Puzzava. Veniva da vomitare anche a me. Lei mi calciava. La squalifica? Sì, sì, lei mi calciava e a me veniva in mente la squalifica di quando ero un bambino. Sembrava che non fossi io a essere lì. E’ possibile che ti venga da ridere mentre ti arriva addosso un treno?

In Italia m’intervistano e io do la colpa al mio allenatore, ma lui non c’entrava. Lui…

Non ero più nessuno: in America avevo perso e l’europeo avevo rinunciato a difenderlo. Però avevo sempre la tecnica, la fantasia e il montante sinistro. Dentro… Dentro era un’altra cosa.

A ottobre mi fanno combattere e perdo. Perdo! Perdo contro uno che…

Il bambino… Sì, è colpa mia. E’ anche colpa mia. Lui sentiva le urla. Cercavamo di…Ma dopo un po’ facevamo come se lui non ci fosse. Ubriachi tutti e due, facevamo a botte. Poi la coca. Non sempre, ma quando… Lui ci vedeva, vedeva la sua mamma che… E vedeva me, suo padre… Io ero suo padre! E lui era piccolo. Piangeva. Piangeva… Poi un giorno non ha pianto più.

Sette anni sono passati: sette anni come nelle favole di mia nonna. Belli? No. Sette anni prima di smetterla con la boxe.

Intanto il Toro aveva perso con Sugar. L’aveva buttato giù. Oh, l’aveva buttato giù! Il Toro… Buttare giù il Toro…

Ma come avrei fatto io, allora? Dieci anni più tardi, sì… Forse.

Nel ’54 riescono a mettermi in piedi un altro europeo.

Stavolta resto in Italia. Vado a Roma. Davanti avevo Randy, uno che aveva battuto nientemeno che Sugar. Sugar, mica…

Carletto mi stava addosso. Niente roba da bere e niente… Mi fa fare una vita da frate. Insomma, stringo i denti e ce la faccio. Vinco: tac, tac… Tac! Vinco e ritorno ad essere campione d’Europa. Tecnica, fantasia e il montante sinistro. Ma è stato un destro a metterlo giù. Dietro l’orecchio l’ho beccato. Lo contano, lui si rialza ma non sta in piedi. L’arbitro lo rimanda all’angolo e io sono di nuovo il campione d’Europa. I giornali… La gente…

Il matrimonio? Finito. Finito! Se mai era incominciato, il matrimonio era finito. Sì, si stava ancora insieme, ma… Bella roba!… E il bambino vedeva… No, non piangeva più. Guardava. No…

Il treno non posso sentirlo arrivare. La guardia non è né aperta né chiusa: non c’è.

A Roma era maggio quando ero ritornato ad essere campione d’Europa. Vado subito a Londra dove mi assicurano una bella borsa. Soldi… Avevo bisogno di soldi. Di soldi. Il matrimonio…

Là, in Inghilterra, perdo ai punti. Non ci stavo con la testa. Ero ubriaco. Sì, sì: ubriaco. Sono andato su che mi veniva da ridere. Tac, tac… e se non sto attento do un pugno all’aria e casco giù io.

Faccio altri quattro incontri e poi mi fanno incontrare Charles, il francese. Per il titolo europeo, me lo fanno incontrare, e per un bel mucchio di quattrini. A Milano. Novembre. Io facevo la boxe. Lui faceva a botte. Era un minatore, lui. Io ero il garzone del fornaio. Non era mica passato molto tempo da quando io portavo via il pane e lui prendeva a picconate le gallerie della miniera.

“Ti ha già battuto, lo conosci,” mi diceva Carletto.

Sì, mi aveva già battuto ai punti tre anni prima in casa sua, a Parigi. Anche allora, la testa…

“Occhio che può essere scorretto.”

Alla terza mi sembra che mi arrivi un treno addosso. Un treno… Vengono a tirarmi su e mi portano a sedere all’angolo. Loro festeggiano. Io non mi accorgo di niente. Scorretto? No: un treno.

L’attrice… Film ne ha fatti. Robetta. Mica a Hollywood. No, là le hanno fatto fare altre cose, altro che il cinema!… Qualche filmetto in Italia, qualcosa, e la rivista… Faceva vedere le gambe al pubblico e… No, no, io non sono mai andato.

Io non potevo sopportare. Anche se il matrimonio era finito, io… Non era così che… Che io…

La tiro per le lunghe ancora tre anni. Ancora quasi tre anni, su e giù per il mondo, in Africa, perfino in Australia. Perdo un match solo. Si sa come funziona la boxe.

Faccio tre incontri in Australia e poi sto nove mesi senza combattere.

Il matrimonio… Quello… Finito!

Mi metto con l’altra. Americana. Ci faccio anche una bambina.

Lei faceva i filmetti e la rivista e io stavo con un’altra. Con l’altra, stavo, con l’americana. Però…

A Roma mi mettono su un incontro, quello che doveva essere l’ultimo incontro. Vinco, naturalmente. Tutto previsto. Centouno volte sul ring, con sette sconfitte. Fine. Fine di un viaggio in prima classe. Chi sta in seconda pensa che in prima… E chi sta in terza, poi, chissà che cosa pensa! Chissà…

Il bambino lo vedevo ogni tanto. La cocaina, le sbronze. Quando mi fanno vedere il bambino vedo anche lei. Qualche volta vedo anche lei. Più sbronza di me. Con il bambino…

E’ così che sono finito in galera. Non per vantarmi, ma io sono stato in galera. Non per vantarmi… Dico così perché non capisco più niente. Sì, non è un bel colpo di spirito. Venticinque giorni ci sono stato. Mi hanno trattato bene. Sembravo un ospite… Sono stato in galera perché mi hanno pescato con le bustine. La vendevo, la coca. Tutti fanno così, tutti quelli che non se la possono permettere.

Quando ero sbronzo diventavo violento. Io non lo so: non mi ricordo. Non mi ricordo… Se dico che non mi ricordo… La picchiavo. La picchiavo e le lasciavo i lividi. Lei scappava e io la prendevo per un braccio, la buttavo per terra e la calciavo. I calci… Squalificato! Anche con l’altra, i calci… Sempre i calci…

Erano passati anni. Anni… I ragazzi erano già grandi. Lei era morta. Morta… Fegato. Cirrosi. Beveva, beveva... A cinquant’anni… a quasi cinquant’anni non puoi più far vedere le gambe. Faceva qualche filmetto e si beveva tutti i soldi. E la cocaina non perdona.

I film… Io di film ne ho fatti una ventina. Sissignore. Io ero l’attore. Io. Un bravo pugile e un bravo attore. Particine, magari, però roba buona. Non male. Mi offrivano roba non male. Una volta sola ho dovuto rifiutare una parte. Il cornuto: dovevo fare la parte del cornuto. No, grazie…

Particine che rendevano qualche soldo. Però la cocaina, quando ce l’hai dentro…

Due botte. Un uno-due che… Peggio del Toro, peggio di Charles il minatore, peggio del treno… Trovano il ragazzo, mio figlio, dentro una macchina con la siringa piantata nel braccio. Una scena… Non credevo di essere io quello lì, davanti a quel ragazzo. No, non l’ho visto nella macchina. Dopo: l’ho visto dopo. Eroina, dicono. Io non… La colpa… Ma sì, lo so subito, appena me lo dicono: è inutile dare la colpa a… a… a chi? Io… Io. I bambini sono fatti di creta: prendono la forma che gli dai. Poi, quando la creta si è seccata…

Non passa molto che la bambina… che la ragazza… mia figlia se ne va. AIDS.

Non basta tutto l’alcool del mondo. La cocaina mi faceva schifo. Il pensiero che il bambino aveva visto… Schifo… Schifo, eppure avevo solo quella. Quella e l’alcool. Bevevo di tutto.

In poco tempo ho venduto ogni cosa. Le cinture di campione… Tutto.

Abitavo in una roulotte. Sono finito in galera un’altra volta, e quella volta mi hanno trattato come uno qualunque, come uno di quelli che sono lì a fare i sacchi di patate per i pugili veri. Io ero il sacco di patate del… boh! Del destino? Chissà… Ma no! Destino è una parola stupida come se. Se… Destino… Fortuna… Caso… Vorrei… Farei…

Abitavo in una roulotte.

Un giorno mi arriva lì Nino. Grande pugile. Lui era stato più fortunato… Ma no, ma no, che cosa dico! Fortunato è una parola stupida! Mi arriva lì e mi fa “Ce l’abbiamo fatta. – In dialetto me lo dice, perché anche lui aveva preso la bora. – Ce l’abbiamo fatta: ti danno la pensione. Non è molto, sono settecentosettantamila al mese, però, se passa la legge, i soldi diventano…”

Se…

Insomma, mi convince a vendere la roulotte e ad andare in un appartamento. Piccolo, eh! Vado a stare lì e mi viene il ghiribizzo di comprarlo, di comprare l’appartamento. Faccio un mutuo.

Intanto avevo conosciuto… Lei stava con me per… Curiosità? No, non credo. Per fare un’opera buona, per carità cristiana. Mi portava da mangiare, puliva, mi lavava le mutande… Oh, era una professoressa, mica… Io, però… La coca, l’alcool… I calci: squalifica anche con lei. I calci, sempre i calci…

Ma come avrei fatto a pagare il mutuo se i soldi mi bastavano appena per bere qualcosa!

Don Vincenzo mi fa dormire da lui. Io gli faccio qualche lavoretto in chiesa. Ma chi è stato in prima classe… Chi la prima classe sa che c’è e magari ha anche visto com’è fatta, ci ha viaggiato…

Se… La legge?  Ma no, non è passata! Credo se la siano dimenticata. Che cosa importa?

Nino… Nino ogni tanto lo vedo. Quando passa di qua lo vedo, viene a trovarmi. Viene da don Vincenzo. No, neanche lui è stato fortunato fino in fondo. Nessuno è fortunato fino in fondo. Vai a vedere dentro agli altri e…

Se… Che parola stupida!

Se quel giorno là non ci fosse stata la bora… Se non ci fosse stata la bora, io non sarei entrato nel portone, il maestro non mi avrebbe ballato intorno, io non avrei fatto il pugile, lei avrebbe sventolato la sua bandierina e avrebbe detto lo stesso “Trieste italiana!” ma io, magari, non avrei neanche saputo che lei esisteva. Sì, sì, non avrei viaggiato il mondo, non avrei visto girarmi intorno tanti soldi, non avrei sputato saliva e sangue addosso alle donne che pagavano dei patrimoni solo per quello… Non avrei saputo che inferno bellissimo è la cocaina. Che inferno… E poi? Boh! E poi non avrei visto mio figlio… Mio figlio con la siringa piantata… Quando hanno tirato su il lenzuolo… E mia figlia ridotta a un brutto sogno… Non avrei saputo che… Se… Se.

Magari… Magari avrei comprato la bottega del fornaio. Eh, sì, chi può dirlo? Magari avrei sposato… avrei sposato una bella ragazza lo stesso. Non bella come lei, si capisce, ma io ero bello e… Avrei avuto un figlio… Due… Ci saremmo alzati presto a fare il pane, insieme. La domenica saremmo andati a messa… Chissà…

Tutta una roba diversa… Non è bello come con la cocaina? Ma… Ma come si fa a dire una cosa del genere?

Se…

Se è una parola inventata dal diavolo per torturare i sacchi di patate.

Se… Se io ci sentissi, se io non fossi com’è scritto nel certificato, se non ci fosse stata la bora… se fosse tutto questo, io mi accorgerei che sto camminando sulle rotaie, che è buio, che il treno sta arrivando da dietro e che sta per colpirmi da dietro... Eh, no, da dietro non si può: è da squalifica!

Commenti  

 
#4 ComplimentiBarbara 2017-02-14 09:06
Veramente bello il racconto.

La mia Trieste

Dove la Bora soffia ma non come una volta.


Attendiamo il vento si alzi e rinforzi

RISPOSTA

Grazie. D'ora in poi pubblicherò racconti e nessuno dovrà più preoccuparsi, dagli oracoli alle oche giulive che tanto faticano ad inventare le tramberie più assurde.
 
 
#3 Fuori i secondi!Giovanni Maria Tubini 2017-02-13 22:34
Non vedo l'ora di arrivare a mercoledì per sapere chi le suonerà a chi...
Io una mezza idea su chi vince ce l'ho...
Si accettano scommesse!

RISPOSTA

Non si aspetti nulla. Io non parlo più di vaccini e mercoledì parlerò delle tecniche dell'uncinetto.
 
 
#2 Fare a pugni col destinoparide 2017-02-13 18:47
E' la storia di Tiberio Mitri, ma in quel "se" c'è qualcosa di autobiografico.

RISPOSTA

Si è sempre un po' autobiografici.
 
 
#1 ControcorrenteLoredana 2017-02-13 13:32
La sua vicenda mi ricorda quella del Dott. Ignàc Semmelweis. La storia non insegna e per giunta si ripete!

Saluti.
 

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