P.S. del 5 settembre: ORA TORINO, UNA CITTA' CHE NON HA MAI BRILLATO PER COSCIENZA AMBIENTALE, HA IL DOVERE DI DEDICARE A ROBERTO UNA STRADA. PREGO ALMENO I TORINESI DI FARSI PROMOTORI DELL'INIZIATIVA.
Oggi Roberto Topino ci ha lasciati. Un abbraccio affettuoso a Rosanna e a Valentina e le mie lacrime con le loro.
Addio, Roberto.
Noi, attori più o meno di ribalta di questa società suicida che ci siamo cuciti addosso a metà tra una camicia di forza e un abito da buffone, non ti abbiamo meritato. La tua modestia senza ipocrisie, la tua lucidità gentile e senza compromessi, la tua onestà senza aggettivi perché era onestà e basta, il tuo coraggio tranquillo erano corpi estranei.
Oggi, dopo che la morte ti aveva catturato
e pareva danzarti intorno spegnendoti con una lentezza crudele, ti abbiamo perso. Ora io, prendendo a prestito la tua obiettività, dico che non so se ci sarà davvero chi, al di là di chi ti ha voluto bene, si accorgerà che non ci sei più. La tua voce non ha mai strepitato nelle piazze, tu non ti sei mai vestito di panni che non erano i tuoi, e con il mondo degli uomini, dove apparire conta mille volte più di essere, tu non hai mai avuto complicità.
Eppure, forse di nessuno come te, come il modello di Uomo che sei stato, e stavolta uso a buon diritto la maiuscola, c’era bisogno, un bisogno assoluto, non surrogabile, come di una scialuppa in tempo di naufragio.
A luglio venni a trovarti a casa tua, a Torino. Tu eri a letto, ammalato di un male non incurabile ma inguaribile, e le due cose sono profondamente diverse, ed eri perfettamente conscio della morte imminente, una morte che segue un copione terribile di cui tu conoscevi ogni battuta. E Rosanna, tua moglie, condivideva con te quella conoscenza puntuale.
Non fu vederti a letto con i segni del male addosso a sconvolgermi: fu la tua, la vostra, serenità. Sul tuo grembo avevi un computer attraverso cui scambiavi messaggi e su cui cercavi notizie, e quelle notizie riguardavano lo sfascio dell’ambiente che ti faceva ancora arrabbiare come sempre. Di quello tu, che ti preparavi a morire, continuavi ad occuparti perché quello era il tuo ruolo, il ruolo che ti eri scelto perché così fanno gli onesti. Contro quelle follie continuavi a lottare perché sapevi che sarà lì la devastazione che porterà, anzi, che sta già portando, più stragi di qualsiasi guerra, di qualsiasi epidemia, di qualsiasi cataclisma del passato. Di quello ti occupavi come se tu potessi vivere ancora per chissà quanto su questa terra.
Parlammo di tutto, allora, compresi gli studi di mia moglie e miei che tu fosti tra i primissimi a capire. Parlammo del ridicolo di chi, senza cognizione delle sciocchezze che pronunciava, senza rendersi conto della vigliaccheria di usare qualcuno che non potrà smentire, attribuiva quelle scoperte ad un altro Uomo con la maiuscola, Lorenzo Tomatis, che mai fece ricerca in quella direzione ma che dalle nostre scoperte era talmente incuriosito da venire nel nostro laboratorio poche settimane prima di morire. Mi dicesti ancora della tua felicità quando noi dimostrammo inconfutabilmente che le polveri causano la coagulazione patologica del sangue. Sottolineasti con veemenza la logica ferrea dei nostri risultati. Parlammo, e io che volevo sapere di te dovevo continuare a parlare di me, perché tu volevi sapere e la tua condizione doveva passare in secondo piano.
Fu solo dopo un bel po’, quasi per dovere di ospitalità, che mi raccontasti della malattia, e lo facesti con un distacco non di superiorità come fanno gli eroi fasulli dei libri ma con la vena malinconica, cui tu aggiungesti un pizzico delicato d’ironia, di chi conosce la fragilità dell’uomo, la forza impietosa della Natura, l’ingenuità di chi pretende di opporsi a lei con trattamenti peggiori del male.
Poi chiedesti a Rosanna di consegnarmi una copia del tuo testamento biologico e lei uscì dalla stanza, andò a prenderlo e me lo consegnò come se quell’atto terribile fosse la cosa più naturale del mondo. Certo: che c’è di più naturale della morte? Eppure a quell’atto naturale e necessario io mi accorsi che non ero pronto.
Da oggi, amico Roberto, non ci sei più o, almeno, non sei più con noi con la tua parola pacata e puntuale che non lasciava spazio alle interpretazioni. Io non so se mi senti né so se ora, uscito da questo assaggio d’inferno, hai interesse per l’effimero come è effimero tutto quanto calpesta il palcoscenico su cui ci affanniamo. Non lo so ma io, nel tuo nome, ti prometto che cercherò d’imitare l’esempio che ci hai regalato.
Ognuno di noi cerchi di meritarti almeno adesso.
Ciao, Roberto. Che la terra ti sia leggera.
Stefano
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