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Da non crederci: ci risiamo.

È vero che io mi sono tardivamente scoperto dotato di una pazienza di cui in passato nessuno, nemmeno io, mi avrebbe accreditato, ma adesso si esagera.

Non so per quale ragione, ma è un dato ormai certificato dall’esperienza che certi argomenti ritornino periodicamente come le stagioni. E ora stanno rifiorendo le scie chimiche.

Per lungo tempo

mi si è preso d’assalto con il problema e io, all’inizio, avevo dato corda a queste persone di buona volontà che mi facevano notare qualcosa, fuor di dubbio, di quanto meno singolare: nel giro di pochi minuti il cielo si riempiva di una scacchiera di strisce di fumo, e di questo posso personalmente testimoniare per averlo visto ripetutamente sia in Italia sia nella Francia meridionale.

Che cosa c’era, e c’è, in quei fumi? A quella domanda io non avevo, né ho, risposta per il semplice motivo che non avevo e non ho strumenti per averla. Lo so: ormai siamo abituati ai tuttologi televisivi, alle casalinghe scienziate, alle veline opinioniste… Insomma, la mia ignoranza ed impotenza dichiarate hanno deluso e, soprattutto, insospettito.

Nel volgere di poco cominciarono ad arrivare campioni di polvere che mi si giurava provenissero proprio da quella fonte: cadute di scie chimiche. Noi quei campioni li analizzavamo e non ci trovavamo nient’altro che ciò che si trova nella polvere padana: roba da traffico, inceneritori, lavorazioni metalmeccaniche e ceramiche. Ritrovamenti normali, compresa l’ovvia presenza di terra. Insomma, niente di inaspettato e, men che meno, di sconvolgente. Il che è del tutto ovvio, se si tiene conto di come quelle scie si formino a qualche chilometro di quota e le ricadute siano trasportate dalle correnti diluendosi nell’immane quantità di porcherie che caratterizzano l’atmosfera del XXI secolo.

Di fronte a questi risultati che, ahimè, sono del tutto oggettivi, ci fu chi si scatenò, confermando il vecchio detto sulla fertilità di certe madri: io stavo tentando di nascondere il problema. Il perché di questo mio atteggiamento malandrino restava tutto da spiegare, ma, si sa, creare un nemico, meglio se un mostro, è eccitante e può anche far comodo: un colpevole c’è, è individuato e stanato.

Ci fu, e forse c’è ancora, un sito Internet che mi copriva d’insulti, asserendo perfino che, se gli astronomi conoscono la composizione delle stelle senza dover metterne un campione sotto il microscopio, perché non posso fare lo stesso io con le scie chimiche? Un’enormità, naturalmente, ma nulla di strano, visti gli scienziati che corrono in rete. Comunque io non persi più tempo con un problema impossibile da risolvere con gli strumenti, le tecniche e i campioni di cui dispongo. E la cosa andò in sonno.

Ora, però, c’è un ritorno di fiamma.

Allora, per l’ennesima volta, nella mia nuova, infinita pazienza, ripeto: noi siamo in grado di analizzare le polveri delle scie chimiche se qualcuno ci porta un campione prelevato direttamente alla fonte. Come si fa? Si sale con un aereo o con un pallone aerostatico immediatamente dopo l’immissione in atmosfera del fumo, si fa un prelievo con un apparecchio semplicissimo e assai poco costoso, e mi si porta il campione. Noi disponiamo di una determinata tecnica e non abbiamo altro. Se questo non soddisfa, non c’è che da rivolgersi alla Onlus Carlo Bortolani e/o al ragionier Giuseppe Grillo che, nella loro saggezza, si sono adoperati così fattivamente e con tanta encomiabile discrezione per sostituirci con degli scienziati veri.

Credo non si possa pretendere che io allestisca l’attrezzatura e il personale necessari, a meno che qualche genio della rete non ravvisi il contrario. Dopotutto, non c’è un’ochetta giuliva pronta a sostenere che io devo trasferirmi ad Urbino per seguire il microscopio che mi è stato sottratto?

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