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Il carnefice gentile

Di 8 Febbraio 2019 24 commenti

Ma sì: era inevitabile. Quando non si sa dove aggrapparsi, quando si sente che si sta affogando ci si aggrappa a qualunque cosa galleggi anche se la ragione spalanca davanti l’ovvietà: quel pezzetto di legno non ti potrà mai tenere a galla.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una sciocchezza: l’omeopatia è una pratica magica. L’avesse detta un quisque de populo, avrei sorriso: si tratta di un poveretto. Invece, ahimè, a partorire quella stravaganza fu, almeno per me inaspettatamente, il rabbino capo dell’ebraismo italiano, tirando addirittura in ballo la Torah: il libro della saggezza che sta a fianco della Kabbalah.

Io rispetto tutti ma una stupidaggine è una stupidaggine, lo dico e, come disse il capo di un’altra religione, se sbaglio, mi corrigerete.

Indipendentemente da tutto, di quell’esternazione un personaggio su cui non vale la pena perdere tempo, un tale che annaspa aggrappandosi davvero a qualunque cosa, non importa se solo immaginata, ha fatto un uso che non si può nemmeno chiamare distorto, dato che il religioso non tocca proprio l’argomento che tanto interesse riveste per chi, in modo che a me pare offensivo, se n’è appropriato. Ma costui era certo di poter contare su un pubblico di cervelli particolari, ed ecco che da loro mi arriva via mail (meno di una decina, comunque) l’accusa di essere antisemita.

Ora non voglio esumare una zia figlia di un rabbino e perseguitata perché ebrea né il fatto di aver lavorato con piacere in Israele né le mie letture né i miei incontri. Per chi ha voglia di dedicare un quarto d’ora della sua vita a leggermi, riporto ciò che scrissi, palesemente da hobbista, nel giugno del 1998:

IL CARNEFICE GENTILE

Ubriaca di gelsomino e di tiglio una galassia di lucciole pizzicava il giardino.

I gomiti sul davanzale della terrazza, la coppa delle mani che reggeva il mento, Andrea si rendeva conto che la mente aveva sciolto delicatamente le briglie e tornava a dieci anni prima cercando, sempre senza che la volontà dell’auriga ne fosse impegnata, di rivivere quello stesso momento, se non altro per stabilire se si fosse trattato del volere inopponibile del fato o se un capriccio del libero arbitrio avesse tracciato la strada. Queste lucciole erano le discendenti di quelle, i tigli gli stessi, lo stesso il gelsomino i cui fiori gli sfioravano il naso. Era la stessa anche Anna? Era lo stesso Fabio? E lui? Era lui ad essere cambiato? Ad avere frainteso?

Quando Andrea era arrivato in città per il trasferimento del padre ferroviere, naturalmente non conosceva nessuno. A soli diciotto anni, questo doveva essere almeno il suo decimo trasloco. Erano arrivati in treno lui e il padre anziano, ormai alla soglia della pensione. La mamma lo aveva partorito tardi e di parto era morta.

Si era ben oltre la metà dell’anno scolastico e il nuovo liceo era assai più impegnativo di quello frequentato fino a qualche giorno prima. “Il ragazzo è introverso – aveva detto uno degl’insegnanti – e la sua timidezza non lo aiuta di certo. Poi il cambiare continuamente scuola non lo mette sul binario giusto.” L’ometto, certo di aver fatto una battuta irresistibile, guardò il suo interlocutore e scoppiò a ridere finché gli occhi cominciarono a spruzzare lacrime come fanno quelli dei pagliacci del circo. Il capostazione, che non aveva colto come lo scherzo stesse nell’alludere alla sua professione, attese con imbarazzo che la scena terminasse.

La scuola aveva un campo da tennis e nell’ora di ginnastica il professore lasciava che i ragazzi giocassero qualche game a turno. Fabio era sempre stato considerato imbattibile, ma quando gli capitò di fronte Andrea per lui non ci fu scampo: il ragazzo nuovo metteva la pallina dove voleva e alla velocità che voleva. Per di più, pareva non esistesse angolo del campo in cui le sue gambe non riuscissero ad arrivare.

La mattina della domenica seguente Andrea era a casa di Fabio. Casa… si trattava di una villa settecentesca sulle prime colline – già alte, però – che sovrastano Firenze sulla via Bolognese.

Il cancello si aprì da solo e Andrea percorse il viale a piedi, con la bicicletta al fianco, sulla ghiaia che scricchiolava.

Fabio era già in tenuta da tennis, in piedi davanti all’entrata della piscina.

“Questa è Anna, mia sorella. Ci farà da arbitro”

Un attimo prima di servire, ogni volta Andrea lanciava un’occhiata velocissima alla ragazza sul seggiolone. La vedeva di sfuggita e di tre quarti. Era una dama del Bronzino.

“Perché mi hai lasciato vincere quei due giochi? Perdere tre set a zero è sempre meglio che farsi fare l’elemosina.”

Andrea sorrise impacciato. Anna dai capelli di grano lo guardava senza abbassare gli occhi. I denti erano dannunzianamente delle mandorle amare.

Da allora Andrea passò i pomeriggi in villa a giocare a tennis, a guardare Anna di nascosto e ad essere guardato apertamente, e a studiare.

Il padre dei due ragazzi occupava uno studio enorme, foderato di libri, che dava sulla terrazza a comandare Firenze.

“Fa affari,” aveva detto Fabio.

Ma il vecchio (almeno tale pareva ad Andrea, benché il Dottore dovesse essere ben sotto i cinquant’anni e fosse, comunque, ben più giovane di suo padre) non aveva certo le meschinità dell’uomo d’affari. Spesso sedeva un po’ discosto dal campo, all’ombra di un pergolato di bignonia, ad applaudire i giocatori e, a partita conclusa, faceva portare menta e limonata dal cameriere. Poi parlava e, magari iniziando con uno scherzo, sviscerava la storia del primo Novecento e la filosofia di Nietzsche, dibatteva di poesia e di pittura, si entusiasmava sull’etimologia bizzarra delle parole più comuni. Non pretendeva d’insegnare nulla: discuteva, domandava, si domandava, s’infervorava e poi si calmava con un sorriso che tradiva ancor di più il naso adunco. I tre ragazzi restavano con lui per ore e spesso Andrea si fermava a cena.

Per la preparazione dell’esame di maturità, dietro insistenza – non che ce ne fosse bisogno – di tutta la famiglia, Andrea si trasferì dai ragazzi.

Fu un periodo esaltante: la biblioteca ricchissima, i dibattiti accesi, le prose da comparare. E il dottor Emanuele che faceva da catalizzatore. Tutto ruotava intorno a lui ma senza imposizione. Il suo ruolo era quello di una guida naturale che veniva trattata con rispetto ma alla pari. Apprendere era diventata una necessità insaziabile.

Finiti gli scritti, c’era una settimana di pausa prima dell’inizio degli orali. Andrea, educatamente, propose di fare le valigie, ma un coro indignato, cui si unì persino la servitù, lo convinse a restare in villa.

A tavola Anna aveva il suo posto fisso di fianco ad Andrea e in breve il fatto che i due stessero sempre vicini – tra l’altro costituivano un’eccellente coppia di doppio misto – fu dato per scontato. Pareva quasi che i sorrisi di tutti li volessero incoraggiare.

Quel mese di luglio era insopportabilmente caldo. Firenze boccheggiava. Però sulla collina la brezza regalava un ulteriore privilegio a chi, già fortunato, ci abitava.

Dopo un pomeriggio di fuoco, d’improvviso il cielo si oscurò e un temporale, breve e tempestoso quanto uno scoppio d’ira, lavò l’aria dall’afa. La sera ne uscì di cristallo e non si sarebbe potuto indovinare dove finissero le lucciole e cominciasse il firmamento.

Andrea aveva lavorato l’intera giornata sui libri, in parte solo e in parte con Fabio. Gli scritti erano andati benissimo per tutti e due e la sicurezza del successo accresceva nei ragazzi l’ambizione di fare ancora meglio. La frescura inaspettata aveva rinnovato le forze e Andrea, restato solo sulla terrazza, non si decideva a lasciare Senofonte per andarsene a letto.

Terminata l’ultima pagina e chiuso il libro, gli occhi si spostarono su Firenze che brillava in basso. D’un colpo gli venne in mente che casa sua era laggiù e cercò, con un piccolo sobbalzo del cuore, Borgo Pinti, impossibile da individuare. Non ricordava più da quanto tempo non avesse telefonato a suo padre.

Di scatto si voltò dall’altra parte, come per scacciare quel pensiero fastidioso. Domani avrebbe chiamato.

Le luci dello studio di Emanuele erano spente, e tuttavia sembrava che da là emanasse una debole luminescenza. Andrea si avvicinò alla porta vetrata, ancora turbato dal pensiero di un attimo prima. La luce filtrava da un pertugio tra due scaffali. Là, da solo, in piedi, Emanuele piangeva.

Senza volere il ragazzo colpì con la testa il vetro. Al rumore inaspettato l’uomo fece saettare gli occhi verso la finestra. I due si guardarono fissi. Emanuele, lentamente, quasi come chi debba vincere un’immensa fatica, attraversò il pertugio e, d’improvviso trasformandosi in una sagoma scura contro il debole chiarore rossastro da dove proveniva, andò verso Andrea. Aprì la porta e prese il ragazzo per un braccio. Il tocco era stato delicatissimo, però Andrea rabbrividì violentemente. A passi pesanti, in silenzio, i due passarono il pertugio ed entrarono in una stanzetta spoglia appena illuminata. Sul tavolino addossato al muro stava ritta una menorah di ottone e, di fianco, in una cornice nera, una fotografia sovraesposta di un gruppo di persone nella divisa da carcerati dei film di Ollio e Stanlio.

Andrea sentiva il cuore che gli scoppiava in gola.

Emanuele sorrise come per scusarsi, si scoprì un avambraccio e sorrise ancora. Sulla pelle c’era un numero tatuato.

“La menorah ha preso forme diverse nei secoli e ha parecchi significati. Noi la usiamo per la festa di Hanukka, per ricordare la ridedicazione del tempio di Gerusalemme dopo che Antioco IV di Siria lo profanò. Ma non ti starò ad annoiare con cose simili. In questo momento il fatto storico non ha rilevanza, eppure, ti assicuro, è meritevole di grande interesse. Tu vorrai sapere che diavolo ci faccio io qui a piangere da solo con una papalina in testa a quest’ora della notte.”

Andrea, paralizzato, si accorse della papalina. Il sorriso di Emanuele svanì di colpo. L’uomo si sedette su un minuscolo tappeto tirandosi dietro il ragazzo.

“Io sono un ebreo istriano, finito giusto prima dello scoppio della guerra – pensa un po’ la scalogna – di tutte le città del mondo proprio a Danzica. Mio padre era stato mandato là a dirigere la filiale di una grande compagnia d’assicurazioni. I tedeschi ci presero tutti mentre stavamo facendo i bagagli per andarcene. Dei miei genitori e di mia sorella non ho più saputo niente. Mi calciarono dentro un carro merci blindato dove viaggiai per tre giorni e due notti, senza mangiare e senza bere, nel lerciume mio e di un centinaio di altri Juden come me. In quelle condizioni ci si dava tutti del lei, e quando scappavano le ovvie necessità corporali si andava in un angolo e gli altri si giravano dall’altra parte. La dignità la perdi quando ti torturano. Non è tanto il dolore fisico, credimi, anche se è terribile, quanto il fatto che fino all’ultimo speri che ti risparmino. E allora sorridi al tuo carnefice, ti umìlii davanti a lui e ti convinci persino di amarlo. Poi lo ami perché smetta. La cosa più difficile da credere, e forse la più orribile, è che non ce la fai nemmeno ad odiarli. Ti hanno violentato nel cuore e vedono la tua anima. Sanno che cosa pensi. Se li odi, loro ti puniscono. Poi passano gli anni e ti restano nella testa. Ti ricordi tutto: i nomi, i gradi, i numeri di matricola. Di lì non esci più: è per sempre. Tu forse, nei tuoi incubi, rivedrai l’esame di maturità. Io vedo tutte le notti gli occhi del capitano medico che fa gli esperimenti scientifici. Tutte le notti. Io quando respiro – pensa quanto è buffo e quanto è orrendo – a volte, soprappensiero, ho il terrore d’inalare la cenere di mia madre cremata chissà dove. E quando mi sposai e arrivò Fabio – e più tardi arrivò Anna – i Gentili non avevano ancora finito con me e mi tenevano in serbo un’appendice delle loro torture. Perché i bambini non subissero ciò che avevo subìto io non potei far altro che volerli cristiani e io stesso insegnai loro la dottrina romana. Non ho potuto avere una famiglia ebrea. Capisci, Andrea? I miei figli sono dei Gentili. Il campo è per sempre.” Andrea aveva la bocca secca. Fece di sì con la testa. “Poi mia moglie morì e io restai solo con i ragazzi, con il mio tatuaggio, con le mie piaghe chiuse nel corpo e spalancate nella mente. La sera vengo qui a piangere. Per noi ebrei non è così vergognoso. Dio ci ha eletti per piangere.”

Gli orali furono un trionfo.

Andrea tornò a casa in Borgo Pinti. Fabio era il suo unico amico e che Anna e lui, a tempo debito, si sarebbero sposati era ovvio.

Non fu mai chiaro se i ragazzi conoscessero la storia del loro padre. Per Andrea quello costituiva un segreto di cui non parlò mai con nessuno, nemmeno con Emanuele ne fu mai fatto cenno. Come se nulla fosse mai accaduto. Però l’incontro di quella notte davanti al candelabro e alla fotografia gialliccia e grigia aveva legato i due indissolubilmente senza che avesse diritto di esistere la possibilità di opporsi.

Come per un morso improvviso, a volte Andrea trasaliva chiedendosi se quell’incursione nell’intimità così profonda di Emanuele fosse stata davvero involontaria e se non costituisse, per caso, l’ennesima forma di avvilimento perpetrato nei confronti di un ebreo. Quella notte Emanuele gli aveva chiesto di dargli del tu e da allora gli si era affezionato in maniera quasi morbosa. Ma le vittime amano i loro carnefici. Così gli aveva detto.

Fabio si era laureato in architettura e faceva pratica nello studio più prestigioso di Firenze. Andrea, geologo, era il braccio destro di Emanuele nel suo commercio di pietre preziose. L’inevitabile matrimonio con Anna fu celebrato in pompa magna davanti alla Firenze che conta e per loro Fabio aveva recuperato una vecchia serra abbandonata all’interno del giardino, trasformandola in un appartamento di eleganza raffinatissima. Quel recupero era stato addirittura oggetto della sua brillante tesi di laurea.

Spesso Andrea ed Emanuele si assentavano per giorni, quando magari andavano a Bruxelles o ad Anversa, o anche per settimane intere quando la meta era il Brasile o Ceylon o qualche altro luogo esotico. Per ore i due stavano seduti l’uno di fianco all’altro in aereo e parlavano di tutto, specialmente di arti figurative e di teatro di cui andavano pazzi. Non di rado alzavano la voce per difendere ognuno le proprie opinioni su artisti minori, su regie più o meno riuscite, su testi resi più o meno efficacemente. Poi ridevano ed Emanuele metteva la sua mano ormai avvizzita su quella di Andrea. Però di ciò che tutti e due sapevano non parlavano mai. Mai un solo, minimo accenno, nemmeno quando andavano a Tel Aviv o la volta in cui, per caso, dovettero restare per un giorno a Danzica.

Anche Fabio si sposò e l’anno dopo sua moglie mise al mondo un figlio. “Lo fai battezzare?” si stupì Andrea. Fabio lo guardò evidentemente senza capire.

Alla cerimonia Andrea teneva in braccio il nipote e guardava Emanuele i cui occhi rossi di lacrime restavano ostinatamente inchiodati ai profeti d’Israele affrescati sulla parete di fronte.

All’uscita dalla chiesa Andrea toccò la mano di Emanuele.

Passarono pochi mesi e anche Anna si accorse di aspettare un figlio. Andrea non riusciva a provare alcuna emozione. Il problema era come etichettare quel bambino che sarebbe venuto.

“A fine dicembre Anna partorirà,” aveva detto Andrea.

Emanuele aveva abbassato la testa.

Sul tavolo dello studio Andrea trovò una busta con il suo nome scritto in corsivo. Il foglio racchiuso all’interno portava scritto “Prendi la menorah e la fotografia e chiudi per sempre la stanzetta tra gli scaffali.” La firma era una E puntata.

Emanuele era perfettamente composto nel letto. A farlo morire erano stati i barbiturici, aveva detto il medico.

Non ci fu tempo per pensare. La morte, specie quel tipo di morte, richiede adempimenti burocratici un bel po’ impegnativi. Fu solo al funerale, in un cielo di cobalto che sovrastava una Firenze insolitamente coperta da un sudario abbagliante di nebbia, che Andrea si accorse che era solo.

Fabio aveva la sua famiglia, la sua professione di architetto alla moda; Anna aveva … che cosa aveva Anna?

Andrea andò a trovare suo padre alla casa di riposo dei ferrovieri. A dispetto dell’età nemmeno troppo avanzata era completamente rimbecillito e non lo aveva riconosciuto. Del resto i due non si erano frequentati gran che negli ultimi dieci anni e ignoravano molto l’uno dell’altro.

Aperto il testamento, Andrea si accorse di essere un uomo incredibilmente ricco. Tutto il commercio delle pietre era passato a lui, insieme con una quantità enorme di titoli di stato. I figli avevano ereditato ancora di più, naturalmente, ma la menorah e la fotografia erano sue.

Improvvisamente si accorse che delle pietre preziose non gl’importava nulla e non gli era mai importato nulla. I viaggi ora servivano solo per i contatti con i clienti e con i fornitori. Con chi avrebbe potuto discutere se per un giovane pianista eccellente come Barenboim valesse la pena di dedicarsi alla direzione orchestrale? E Cagnacci? Cagnacci era davvero un grande pittore come sosteneva con veemenza Emanuele? Ma come potevano, quei due, ignorare l’esistenza della stanzetta della menorah? E non avevano mai visto il tatuaggio? A casa Anna aspettava un bambino. Ma Anna non sapeva nulla. Di lui, di Emanuele. Non sapeva nemmeno che dentro di lei stava crescendo un ebreo. E lui che cosa aveva mai saputo di Anna? E di Fabio? Fabio aveva portato la sua vita lontano da Firenze, a Parigi, a Miami, negli Emirati Arabi, dove uomini il cui valore si esprimeva con precisione solo con una cifra di denaro gli ordinavano pacchianerie il cui costo sarebbe suonato come un incredibile scherzo al vecchio capostazione. E lui? Lui non aveva forse più soldi di quanti non sarebbe mai riuscito a spendere? E che cosa si poteva comprare, con questi, che gl’importasse? Che cosa si poteva riavere? D’improvviso si accorse del vuoto abissale che si era aperto sotto i suoi piedi, del baratro sul quale aveva sempre camminato.

Era passato qualche mese. Che cosa pensano le lucciole che si chiamano l’una l’altra quest’anno come l’anno scorso, come dieci anni fa e come ai tempi dei profeti? Nessuno farà cambiare il profumo testardo del tiglio né quello vertiginoso del gelsomino.

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Lei antisemita? ma per favore…. io invece sono del parere che anche ciò che è accaduto durante la seconda guerra mondiale sia stato orchestrato, l’olocausto ecc…. mi spiace molto per le sofferenze del popolo ebreo, dovrebbe vedere la lettera di pike a mazzini, io penso che a “loro” non importi un accidente di nessuno, né dei musulmani, ebrei, cristiani, bianchi, neri, comunisti o fascisti ma usino queste cose per creare guerre e divisioni…. e promuovere la loro agenda ….. https://youtu.be/IWQvDExY7GQ

Il racconto mi fa venire in mente la biografia di Primo Levi e il “rimorso dei sopravvissuti”.
Ho l’impressione che succeda spesso però, quando si ha a che fare con qualcuno di origine ebraica o ancor più con la politica israeliana, che ogni dissenso esternato finisce facilmente per essere tacciato di antisemitismo.

Appena ho iniziato a leggere il suo pezzo da hobbista della scrittura mi è venuto in mente il film: “Il giardino dei Finzi-Contini”. Da inesperto ho notato che si legge facilmente la prosa, ci si immedesima facilmente nei personaggi e ci si crea in mente una realtà virtuale ben definita e piazzata nel contesto temporale. Penso che Bassani o De Sica abbiano avuto su di lei una certa influenza che ha dato ottimi frutti. Per l’antisemitismo di qualche lettera ricevuta, si tratta sicuramente delle ultime cartucce di qualcuno che proprio ha esaurito la panoplia dell’invidioso, o del fesso che non… Leggi il resto »
A proposito di arrampicate sugli specchi: da alcuni giorni viene rilanciata la notizia che a Rimini sarebbe in corso una pericolosa epidemia. Eh sì, perché in una città di 150.000 abitanti ci sono ben 17 ragazzi con il morbillo (ho detto il morbillo, non l’Ebola, il colera o la peste!). Allora le nostre efficientissime autorità “sanitarie” stanno tempestando di telefonate i contatti di queste 17 persone per convincerle a correre a farsi il vaccino, unico mezzo di salvezza dal terribile morbo. La sorpresa è che molti sembra stiano rispondendo “no, grazie”. Sarà forse il segno che il martellamento si sta… Leggi il resto »
Sempre sul tema “scalate sullo specchio”: https://notizie.tiscali.it/salute/articoli/morbillo-paradosso-dati-oms-mai-cosa-tanti-vaccinati-casi-in-ue-nel-2018/ In breve: aumentano le vaccinazioni contro il morbillo ma aumentano anche i casi, tuttavia “l’eliminazione del virus è a portata di mano”. Non sono un esperto ma, leggendo quello che scrive il dott. Montanari, mi chiedo se questo aumento di casi, spiegabile sicuramente anche con l’andamento ciclico della malattia, non si riconducibile anche al fatto che con le vaccinazioni di massa è stato messo in circolazione un morbillo diverso da quello selvaggio, con conseguenze imprevedibili, come è avvenuto con la poliomielite. Un’altra ipotesi secondo me sensata è che immunizzando in massa i bambini… Leggi il resto »

Errata corrige: “dei suscettibili”

Che vaccinandosi contro alcuni ceppi se favoriscano altri della stessa malattia, è una cognizione comune in microbiologia, come ci insegna il dott. Montanari. In più io penso che anche vaccinandosi contro tutti i ceppi virali o batterici di una data malattia, vengano ad essere favoriti altri virus o batteri che provocano altri tipi di malattie, per una questione di equilibrio microbiologico e microbiotico. Un po’ come succede per la vaccinazione influenzale, dato che l’influenza la si prende lo stesso, ma si tratta, come dicono i professoroni, di virus parainfluenzali. Credo, comunque, che la malattia contratta a causa dei ceppi o… Leggi il resto »

“La propaganda dirà che allora bisogna concentrarsi a vaccinare (o forse RIVACCINARE?) i giovani adulti, ma, come sembra dall’altro articolo che ho linkato, questi soggetti non sono molto convinti. Allora che faremo: li butteremo fuori da scuole e università? Toglieremo loro la patente? Vieteremo loro l’accesso allo stadio e alla piscina?”

mi sembra il minimo!

se c’è una categoria di persone che mi fanno incazzare più degli antivaccinisti, sono gli antiRIvaccinisti!!

« Cantami, o Indivia, dei perfidi no-vax l’ira funesta…» (R. Mascetti). Ecco un altro gruppo epico di senatori che dà gloria a questa nostra miseranda Italietta e che passeranno alla storia, se non altro, per aver eroicamente sferrato l’attaco decisivo alla cittadella fortificata dei no-vax, dei bi-sex e di altre stra-nex, comprese quelle dei senex più agguerriti. All’interno del cavallo di legno figurano, altrettanto poderosamente legnosi, i temprati cervelli (non in fuga ma, per gentile concessione del Fato, rimasti in patria) di otto intrepidi eroi specializzandi in vari campi dello scibile umano, la cui arte primeva è quella delle scienze… Leggi il resto »
“utilizzare i soldi per la ricerca che indaga sulla sicurezza e l’efficacia dei vaccini comunemente usati” Beh, cerco che voler indagare sulla sicurezza e efficacia dei vaccini è davvero gravissimo! Secondo me qui non sanno neanche loro che pesci pigliare. Da un lato fanno le campagne più scomposte e ridicole per spingere la gente a vaccinarsi, dall’altro lato Salvini dice ancor oggi di essere per la libertà di scelta e la Grillo dice che con l’obbligo non si è risolto il problema del morbillo (forse perché non c’è nessun problema da risolvere). A proposito: la campagna sui vaccini con due… Leggi il resto »
Nel suo libro “Il vaccino non è un opinione”, che è un po’ il suo spiritoso testamento spirituale, l’informattatissimo vir-teologo Burioni ci illumina scrivendo: « La verità è che i profitti derivanti dai vacini sono bassi, in primo luogo perché la grandissima parte dei vaccini ormai non è più coperta da brevetto […] Ma soprattutto perché un medicinale che si somministra a una persona pochissime volte in tutta la vita genera pochi ricavi ». Pochi?… Certo non saranno le sue ultime parole fumose; ma sembra che, dati alla mano, le cifre contraddicano in modo definitivo la sua “opinione” sui vaccini.… Leggi il resto »