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A beleza do dinheiro

Quando andate al supermercato e passate davanti alla cassa con il carrello più o meno pieno, la cassiera mica vi chiede di scambiare la merce con una boccata di ossigeno: vuole i soldi! E soldi vuole la pizzeria, il dentista, il benzinaio, il gestore del telefonino… Dunque,

PER VIVERE OCCORRONO I SOLDI. E, allora, ha ragione Donald Trump: bisogna fare quattrini, costi quel che costi, e se fare quattrini comporta l’avvelenamento dell’aria, dell’acqua e della terra, troveremo immantinente un gruppo di figuranti trasformati con un colpo di bacchetta magica in geni assoluti i quali “dimostreranno” che i veleni non esistono ma i soldi sì. Non fa una piega.

 

Su questa brillante falsariga di filosofia economica condita ancillarmente di chimica, fisica, biologia, tossicologia e quant’altro possa servire alla bisogna di chi non fa chiacchiere ma fatti, ora arriva Michel Temer, presidente brasiliano mandato dalla divina provvidenza, che salva dalla disoccupazione e dalla fame i suoi amministrati. In una zona a nord del Brasile, a cavallo degli stati Amapá and Pará (e chi li ha mai sentiti nominare?), ci sono poco più di 46.000 km2 di fastidiosa foresta abitata solo da selvaggi insignificanti e da animali perfettamente inutili. Appena sottoterra, invece, c’è quello che conta: oro, ferro, manganese e chissà che altro. C’è davvero? Sì. Beh, almeno pare. Molto probabile. Comunque, si può vedere. E per vedere si vendono i selvaggi, le bestie (da distinguere scientificamente dai selvaggi) e gli alberi a delle società che, generosamente, faranno delle belle spianate e dei bei buchi dando lavoro a tanti brasiliani affamanti. Tanti? Beh, non tantissimi: un po’. Ma, ad ogni buon conto, i soldi arriveranno a chi ha venduto quella roba.

Insomma, al di là di tutto si tratta di un miracolo commovente, eppure c’è chi trova da ridire. Ma ora basta! Non vi va mai bene niente! Lo volete o no il tablet di ultima generazione? E, allora, chi se ne frega di tutte queste fisime da zitella figlia dei fiori, patetico residuato degli Anni Sessanta! È il denaro che fa girare il mondo!

E chi è dotato di saggezza si dà da fare. A velocità crescente l’Homo sapiens ha già disboscato una bella fetta delle zone in cui si coltivano le favolose palme da olio con cui si fanno dei ghiotti surrogati di cibi sani, e le selve sudamericane sono già state pelate. Noi, italica gente, nel nostro piccolo stiamo facendo un po’ di largo qua e là e chi vuole godersi lo spettacolo potrebbe andare sulla Sila e confrontare il cupo paesaggio stucchevolmente verde di qualche anno fa con quello luminoso di oggi.

Oggi parlavo del fatto con un uomo dei nostri tempi il quale mi guardava come si guarda chi probabilmente sono: un matto. Quando gli spiegavo che l’ossigeno che respiriamo viene dal Brasile o dall’Indonesia, oltre che dalla Calabria, quello si faceva delle grasse risate: in fondo, con l’ossigeno mica paghi le bollette.

Evidentemente io sono vecchio, troppo vecchio per adattarmi a respirare altro che non sia volgarissimo ossigeno e temo di non farcela ad introdurre altro nei miei antiquati polmoni. Così, forse per stupido dispetto, mi è venuta un’idea: perché non boicottare i prodotti brasiliani? Già: ma che cosa compriamo dal Brasile? Di fatto poca roba. A meno che non si parli di calciatori. Di quelli ne importiamo a frotte, e mica li facciamo arrivare sui gommoni. Insomma, non andiamo a vedere le partite dove giocano calciatori brasiliani e arriviamo perfino a spegnere le TV. Mica per loro, poverini, che devono pure mangiare (non vorrete affamare Neymar da Silva Santos Júnior!), ma per far vedere al provvidenziale avvocato Michel Temer, per grazia del Signore presidente del Brasile, che non tutti i cervelli sono al livello del suo.

La mia proposta avrà qualche brandello di successo? Claro que não.

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